L’impatto del cambiamento climatico, causato dall’utilizzo incontrollato delle risorse e da una cieca politica di sfruttamento economico, mette a rischio le popolazioni indigene ancora esistenti sulla terra. Dall’Africa all’Artico, passando per Asia, Sud America ed Europa, migliaia di esseri umani assistono a una continua violazione dei loro diritti naturali. Paradossalmente, infatti, le misure internazionali adottate per ridurre gli effetti negativi dello sfruttamento ambientale, ledono i benefici fondamentali di 370 milioni di indigeni, costretti spesso a lasciare le loro terre natie per dare la possibilità ai governi ricchi di supplire ai loro errori e "promuovere" lo sviluppo di biocarburanti. Un dibattito internazionale, promosso da realtà da sempre impegnate nella tutela e salvaguardia dell’ambiente e dei diritti delle popolazioni indigene, si propone di mettere in luce il rapporto tra cambiamento climatico e sussistenza dei popoli "di natura".
La vita di milioni di indigeni è minacciata dall’impatto del cambiamento climatico sulla terra. La notizia non dovrebbe suscitare nessuna meraviglia - da tempo conosciamo le cause dell’aumento dell’effetto serra e dell’eccessivo sfruttamento delle risorse naturali - se non fosse per un particolare che rende la questione ancora più paradossale.
Le misure adottate per ridurre le conseguenze del cambiamento climatico sull’ambiente, infatti, hanno contribuito in maggior misura a minacciare l’esistenza delle popolazioni indigene che ancora sopravvivono, ma che oggi rischiano seriamente di scomparire, proprio a causa delle soluzioni che sembravano dover risolvere la questione e salvaguardare l’equilibrio naturale della biosfera.
Ad affermarlo sono stati diversi esponenti della United Nations University (UNU), una rete internazionale di organizzazioni coinvolte nella ricerca sull’ambiente e lo sviluppo sostenibile, il 3 aprile scorso, a Darwin, in Australia, durante l’incontro annuale dell’International Expert Meeting, quest’anno dedicato agli effetti dei cambiamenti climatici sulle popolazioni indigene.
L’evento, intitolato Climate Change and Indigenous Peoples, organizzato dall’UNU’s Japan-based Institute of Advanced Studies (UNU-IAS), insieme con l’UN Permanent Forum on Indigenous Issues (UNPFII) e il North Australia Indigenous Land and Sea Management Alliance (NAILSMA), ha messo in evidenza la portata devastante delle misure di migrazione internazionale, che vedono coinvolti milioni di indigeni e peggiorano la loro già precaria situazione.
I partecipanti al congresso hanno evidenziato che, insieme agli effetti direttamente visibili dell’impatto dei cambiamenti climatici sulle popolazioni indigene del mondo - la desertificazione dei territori coltivabili, l’aumento delle malattie dovute alle variazioni di temperatura, lo scongelamento dei ghiacciai permanenti, la diminuzione di cibo legata al fabbisogno mondiale, per citarne alcune - anche le possibili soluzioni che avrebbero dovuto diminuire i rischi in merito si sono rivelate fallimentari.
La violazione dei diritti umani delle popolazioni indigene ha subito un incremento consistente proprio a causa dell’espropriazione delle terre e delle foreste nelle quali vivono da sempre per poter permettere la coltivazione di biocarburanti come la soia, la canna da zucchero e il mais, senza il consenso degli stessi indigeni, costretti spesso a evacuazioni forzate che stravolgono il loro stile di vita e i costumi culturali.
E' il caso, ad esempio, degli autoctoni dell’Uganda, costretti a lasciare le loro terre per permettere alla Dutch di piantare alberi, che l’industria anglo-olandese, meglio nota con il nome di Shell, avrebbe rivenduto insieme a carbone sequestrato ai paesi coinvolti nelle emissioni pericolose del traffico aereo.
La compagnia petrolifera, di comune accordo con il Forestry Stewardship Council (FSC), che ha autorizzato il progetto e l'Ugandan Wildlife Authority (UWA), responsabile della gestione dei parchi nazionali del paese africano, dal 1999 al 2002 ha sottratto agli indigeni del luogo più di settemila ettari di territorio, costringendoli a trasferirsi nei villaggi vicini e cambiare le loro abitudini, spesso con atti violenti che hanno portato alla morte di alcune persone.
Allo stesso modo, le popolazioni indigene della Malesia e dell’Indonesia hanno dovuto assistere all’espansione aggressiva delle piantagioni di palme da olio per la produzione di biocarburante, così come molti siti nucleari, insieme alle centrali idroelettriche, sfruttano la manodopera locale, senza diritti e sottopagata.
I presenti al meeting di Darwin hanno avuto modo di ascoltare l’esperienza diretta degli indigeni vittime di abusi, del loro adattamento ai cambiamenti climatici e ai problemi relativi al loro coinvolgimento nelle decisioni internazionali di vendita ed emissione di sostanze inquinanti, proponendo e discutendo delle possibili soluzioni. Tra queste, una differente organizzazione delle migrazioni coatte degli indigeni, l’identificazione di modelli di sviluppo integrato e una più diffusa informazione in merito, che metta in luce la reale condizione delle popolazioni indigene.
"Le popolazioni indigene si paragonano a un termometro che misura i cambiamenti climatici della terra", afferma A.H. Zakri, direttore dell’ UNU-IAS, "ma non beneficiano, in nessun caso, dei fondi stanziati per controllare il mutamento climatico. Le misure adottate per controllare l’impatto ambientale sono spesso accordi di mercato a favore dei paesi ricchi, come gli Stati Uniti, che rappresentano solamente il 4% della popolazione mondiale, ma responsabili del 25% dell’inquinamento totale dovuto alle emissioni di gas".
Sembra, quindi, che la rete internazionale di associazioni e soggetti coinvolti nella questione delle popolazioni indigene voglia trovare delle immediate soluzioni, imparando dai diretti interessati un modello di sviluppo sostenibile che ha permesso loro di poter integrare sostentamento umano e risorse naturali per migliaia di anni, ma che adesso rischia di essere travolto dall’eccessivo sfruttamento di risorse, senza che gli stessi indigeni abbiano mai beneficiato di uno solo dei vantaggi della famigerata, ma fallimentare, globalizzazione.
L'Institute of Advanced Studies, che raccoglie ricercatori ed esperti di sviluppo sostenibile, fa parte della rete di soggetti e associazioni che compongono la United Nations University, con sede a Tokyo, fondata dall’Assemblea Generale dell’ONU, una comunità internazionale che opera attraverso centri in tutto il mondo per il benessere globale.
Il materiale relativo all’International Expert Meeting è reperibile sul sito dell’UNU.
La notizia si riferisce all’articolo Indigenous peoples hardest hit by climate change describe impacts, di Terry Collins (UNU), apparso su EurekAlert il 2 aprile 2008.
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