Vai alla Homepage

Benvenuto nella tua Comunità, Ospite 10 Set 2010 22:41
  Homepage Chi Siamo Membri Download Forum Edicola Tam Tam Contattaci  

Menu principale
Tribù


Benvenuto visitatore
Registrati!



La registrazione e' gratuita e garantisce pieno accesso al sito

 Registrati
 Login:
User:


Password:


Ricordami

Membri: 2918
Membri: Online
Membri: Membri:1
Visitatori: Visitatori:10
Totale: Totale:11
Survival International

Survival International è un'organizzazione mondiale di sostegno ai popoli tribali. Anthropos supporta Survival con una sezione dedicata. Visita la sezione dedicata a Survival!

Uiki Onlus

L’Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia (UIKI-Onlus) fin dalla sua nascita si occupa soprattutto di fare informazione: in generale sulla questione kurda sia in Kurdistan che in Europa. Anthropos supporta Uiki Onlus con una sezione dedicata, che invitiamo a visitare!



District 9

Sabato, 09 Gennaio 2010 - 20:27 Inviato da : Bordoni e Marino



Del resto per chi vive o è tenuto nell'ignoranza tutto ciò che è minimamente diverso è "alieno". Non bisogna neanche inventare una parola nuova: l'extraterrestre è comunque extracomunitario. Il fatto che gli immigrati arrivino dallo spazio è solo un geniale escamotage per attirare l'attenzione di chi si copre gli occhi e si tappa le orecchie pur di non sapere i particolari osceni ed inumani delle condizioni di quanti, per un motivo o per un altro, sono costretti ad abbandonare la propria terra, o si trovano senza diritti civili.

Che questi immigrati siano tanto differenti da noi, poi, che suscitino repulsione a prima vista, è il perfetto proseguo della metafora. La xenofobia si rinnova costantemente, non ci sono musei che tengano, e in District 9 non può essere più chiaro di così, perché vediamo bianchi, neri e asiatici (nel 1956 l'apartheid fu estesa anche a quest'ultimi) tutti uniti per attaccare il più debole, il nuovo diverso. Nascono così soprannomi sgradevoli come "gamberone", prontamente adottati dalla stampa e assimilati tristemente nel linguaggio comune.

Più sottile della critica sociale al razzismo, ma altrettanto tagliente, è la critica ai media e all'informazione. I numerosi servizi dei tg spingono a odiare gli alieni, che secondo giornalisti e gente della strada intervistata ad hoc sono capaci solo di urlare, spaccare, fagocitare, rubare. La tv di questo presente gemello non esita a creare allarmismo, alimentare paure ingiustificate o quantomeno eccessive, come se le uniche notizie capaci di calamitare l'attenzione fossero quelle pruriginose o violente.

Al duplice scopo di fare audience e servire i potenti, i media arrivano a ignorare volutamente non solo l'intelligenza di queste creature, ma anche la realtà dei fatti. Ne abbiamo conferma quando la stampa, perfettamente connivente con la MNU, divulga la falsa notizia dell'illegale rapporto sessuale interspecie che il protagonista ricercato avrebbe consumato, con tanto di ridicola foto (ritoccata) a provarlo.

Queste sono solo alcune delle eterogenee immagini che Blomkamp usa per raccontare la sua storia. Nessuna delle numerose tecniche impiegate nel film è nuova, ma fresca e convincente è la commistione di esse. District 9 comincia come un finto documentario, in cui confluiscono le interviste ai parenti della famiglia Van De Merwe, interventi di esperti, sociologi, scienziati, i succitati servizi dei tg e le riprese ufficiali che la MNU ha commissionato per registrare lo spostamento degli alieni.

Quando il protagonista subisce l'esposizione al siero che scatena la sua graduale trasformazione, il linguaggio visivo si fa ancora più ibrido, ricorrendo alle riprese di videocamere a circuito chiuso, macchine a mano azionate dai soldati, riprese amatoriali. Ma al contrario di Cloverfield o altri mockumentary, in cui la produzione delle immagini è sempre coerente con l'assunto di partenza, qui il tutto è alternato apparentemente senza logica a riprese cinematografiche tradizionali, al di là di qualsiasi giustificazione diegetica.

Una logica invece c'è. Nel momento in cui dal girato "ufficiale" - punto di vista univoco - traspaiono quasi per errore un'intelligenza e una volontà da parte degli alieni, bruscamente il regista passa a una cinepresa non manovrata da nessuno se non dall'istanza narrante, passa insomma alla normale tecnica cinematografica, che da quel punto in poi sarà alternata a tutte le altre, fino a prendere il sopravvento nella seconda parte del film. Protagonisti di questa scena, che possono vedere soltanto gli spettatori cinematografici, sono due alieni.

Il pubblico, che ha avuto a che fare finora con umani sgradevoli, su tutti il protagonista, trova finalmente qualcuno con cui empatizzare, accettando con un sospiro di sollievo l'incoerenza di questo impossibile raccordo. E' questo che fa il buon cinema, del resto, soprattutto quando affronta una storia vera o potentemente allegorica come questa. Ha la possibilità di mostrarla da diverse, inaspettate prospettive e nelle sue sfumature meno ovvie. Il cinema, rendendo possibile un'identificazione, restituisce alla vicenda l'umanità che la cronaca spesso le toglie.

Magari non tutti saranno d'accordo con questa versione, ma almeno gli spettatori saranno stimolati a mettere in discussione o a difendere il proprio punto di vista. In questo caso la palese finzione delle immagini è in grado di aggirare la coltre della passiva fruizione e assuefazione a certi temi, recuperando paradossalmente la loro verità.
Nonostante District 9 nasca come un prodotto low budget principalmente di intrattenimento, il risultato è spettacolare ed assolutamente etico, divertente e molto inquietante, adrenalinico e romantico. Un invito a non spegnere il cervello come con certi prodotti hollywoodiani ma senza rinunciare al popcorn.

Il film non è solo un mosaico di tanti punti di vista e di ripresa diversi, ma usa anche pezzi di tanto altro cinema: la lenta mutazione di La mosca, i combattimenti robotici di Transformers, le esplosioni degli alieni/insetti di Starship Troopers, la desolante discarica di Wall-E, la ricerca di casa di E.T. l'extraterrestre...
District 9 è fatto di cose già viste rimiscelate insieme con coerenza e sapienza ed è soprattutto fatto degli scarti di Halo (che avrebbe dovuto dirigere Blomkamp e produrre sempre Peter Jackson a partire dal celebre videogioco, ma mai andato in porto) di cui Jackson ha pensato di utilizzare il materiale di pre-produzione combinandolo col corto Alive in Johannesburg del regista sudafricano, la cui trama è identica ai primi minuti di District 9, dando vita a un film tutto nuovo. Un nuovo classico della fantascienza capace di farsi metafora delle inquietudini contemporanee. Un fiore di materiale riciclato, come nello struggente, sospeso finale.



(1) P. K. Dick, Lettera del 14 maggio 1981 riportata come Prefazione in id., "Tutti i racconti, Le presenze invisibili", vol. I, Mondadori, Milano 1994, p. 14.


Titolo originale del testo: "Extraterrestri" di Andrea Bordoni e Matteo Marino, pubblicato su Cineforum 488, ottobre 2009.
Si ringrazia il direttore responsabile Adriano Piccardi per aver concesso la ripubblicazione dell'articolo.



Pagina: 2/2

Pagina precedente Pagina precedente (1/2)


District 9 | Login/crea un profilo | 0 Commenti
I commenti sono di proprietà dei legittimi autori, che ne sono anche responsabili.

  Homepage Chi Siamo Membri Download Forum Edicola Tam Tam Contattaci  


Antrocom 2003- 2008© - p. iva 09210881000
Antrocom is a nonprofit organization for anthropological studies. All contents, except where otherwise noted, are licensed under a Creative Commons License. All logos and trademarks in this site are property of their respective owner. The comments are property of their posters, all the rest by ©2006-2007 Antrocom. This web site was made with MDPro, a content management system written in PHP. MD-Pro is free software released under the GNU/GPL.

Antrocom. Online Journal of Anthropology
Antrocom Association