Questo
saggio è stato pubblicato sulla rivista "Archeo", gennaio
2004, a pag. 75. L'Autore, Massimo Vidale, è socio I.s.I.A.O.
e professore a contratto di Preistoria e protostoria dell'Asia presso
l'Università di Bologna.
I tatuaggi,
sino a poco tempo fa usati principalmente da malavitosi e marinai, sono
oggi una moda di massa, sia per le donne che per gli uomini. Quella
del tatuatore è una professione in piena espansione, anche grazie
a una tecnologia che, a millenni di tradizione, può oggi aggiungere
ritrovati tecnici sempre nuovi. I draghi, le farfalline, i ritratti,
i segni cinesi o gotici che ormai affollano senza troppa fantasia spalle,
braccia e fondo-schiena ci fanno pensare a tutte le attività
nelle quali l'uomo usa, come materia prima, il proprio corpo.
L'archeologia,
in questa luce, può farci intravedere un filo continuo che collega
la trasformazione della pelle umana effettuata con tatuaggi e cicatrici
e la lavorazione dell'osso umano (soprattutto per creare ornamenti,
"coppe" e oggetti rituali), e che ci conduce, infine, a uno
dei temi più sinistri del mondo del passato: l'antropofagia.
In ognuno di questi casi, infatti, l'uomo lavora il suo stesso corpo.
Nel raccontare dell'uso e del consumo del corpo umano come materia prima,
ripercorreremo questa traccia al contrario, partendo proprio dalle prove
archeologiche del consumo alimentare, nella preistoria dei nostri simili;
e i lettori ci perdoneranno se, per una volta, toccheremo a più
riprese temi scabrosi, che potranno forse risultare inusitati e "ostici"
ai più sensibili.