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kleber
A. afarensis


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15 Mag 2008 - 13:34 |
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| Oggetto: Maggio 2008: "al rogo i Rom!" |
Oltre una decina di anni or sono, nell'aprile del 1995, un fatto di cronaca richiamò l'attenzione sulle prime forme di intolleranza verso gli zingari, come allora erano chiamati i nomadi: una bomba giocattolo fu lasciata deliberatamente vicino un campo nomadi e una bambina di 12 anni ci rimise, per sempre, una mano. Erano i tempi di Una-bomber e la cosa fece spavento: esisteva qualcuno che, con impegno e dedizione, aveva trascorso ore del suo tempo lavorando per far saltare deliberatametne una mano ad una bambina. La cosa fece scalpore.
Oggi la sensibilità è mutata: oggi gruppi di disperati attaccano i campi nomadi e li incendiano. Qualcuno lo fa rammaricandosi di averli trovati vuoti e di essersi dovuto accontentare di bruciare solo le povere casette, altri, con un maggior senso di pubbliche relazioni, precisando che non si tratta di violenza perché "prima li abbiamo fatti uscire". Gente disperata va all'assalto con bombe molotov e spranghe, gente disperata fugge, bambini in braccio e carretti dietro, come scappano sempre i disperati: come scappavano gli sfollati dai bombardamenti, come scappavano nella ex Jugolslavia, come scappavano i nostri emigranti in cerca di lavoro quando erano inseguiti dalle persone per bene dell'epoca.
Gente disperata scappa, quasi in Italia ci fosse una guerra; altra gente disperata festeggia, quasi che incendiare una baracca o sprangare un poveraccio equivalga a vincere lo scudetto. Una ragazzina aveva tentato un rapimento: e il campo va in fiamme. Quando 4 balordi italiani rapiscono un bambino e lo uccidono dopo pochi minuti non ci sono stati incendi: al contrario c'è stata la Tv, gli avvocati e tanti soldi in giro. In Campania c'è la Camorra e i rifiuti per le strade: evidentemente gli zingari o i Rom sono considerati più pericolosi.
Il diverso spaventa: soprattutto in tempo di crisi. Non c'è tempo, quando si è spaventati, di riflettere sui piani regolatori folli (ma miliardari per qualcuno) che producendo quartieri dormitorio producono anche criminalità: è più semplice attribuire la criminalità al diverso. Non c'è tempo per riflettere sulla disoccpazione, è più semplice attribuirne la causa a "questi maledetti che vengono a rubarci il lavoro", pur essendo evidente che nessun algerino raccoglitore stagionale di pomodori a Napoli toglie lavoro ad un italiano. Non c'è tempo per riflettere sulla scuola che non funziona e che consente il ritorno ad una selezione puramente economica: è più facile lamentarsi sulle pretese di chi vuol togliere i Crocifissi.
Più la società diventa complessa ed articolata, più si moltiplicano i nessi e i rapporti tra i vari livelli, più diventa incomprensibile. I cosiddetti approfondimenti in Tv sono solo chiacchiere e retorica e nessuno ha poi troppo tempo di legger libri o articoli. In Italia avvengono rapimenti di bambini a cadenza mensile eppure la Tv ha scelto di dare risalto al non rapimento, poiché fallito, della Campania. Con risultati che erano prevedibili e, forse, anche desiderati.
Così più le cose si complicano e più, per orientarsi in un mondo che non viene compreso, si ricorre a ipersemplificazioni. "La colpa è di...". C'è sempre una colpa.
Occorrerebbe capire invece di affidarsi a pregiudizi anacronistici ed irrazionali. Ma capire è un lusso. E' più semplice chiudersi in un microcosmo emotivo, nel localismo più ottuso, in una campanilismo venato di razzismo. E' più semplice sprangare un Rom isolato. Più semplice ma pericoloso: perché se il diverso mette paura occorre anche considerare che tutti, più o meno, siamo diversi. Comprendere la diversità era, è, il vertice della cultura europea, il valore massimo raggiunto. Rinunciare a capire la diversità equivale a rinunciare ad essere europei. Arrivano le molotov, tornano i barbari... |
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beechs
A. ramidus


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18 Mag 2008 - 04:36 |
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Ok, sappiamo tutti che la televisione ha un ruolo fondamentale nel fomentare questi isterismi e che peggiora costantemente nella correttezza informativa. Mi sto ultimamente però convincendo che un'altra dinamica sociale, nella quale anche noi siamo coinvolti, ha un ruolo in questo tipo di degenerazioni. Io ho studiato in un istituto tecnico, ho lavorato in un tot di posti come operaio, frequento bar da non-studenti; in contesti come questi mi pare di notare che nell'evoluzione che ha avuto negli ultimi 10 anni l'atteggiamento para-fascista in questione c'è una costante: la volontà da parte di coloro che si fanno portatori di tali valori di contrapporsi ad un blocco sociale "intellettule" che percepiscono come nemico. C'è secondo me un utilizzo di tematiche politically uncorrect come arma di difesa/reazione ad atteggiamenti che percepiscono come aggressivi nei loro confronti, e che effettivamente costituiscono bourdieanamente un sistema di distinzione nei loro confronti. Il "truzzo" della scuola professionale di destra contro il liceale "alternativo" di sinistra. Lo studente calciofilo e discotecaro contro il professore intellettuale e buonista. Quello che parla orgogliosamente in dialetto di argomenti spiccioli contro chi parla in modo colto dei massimi sistemi. Tutto ciò si è accompagnato allo scambio di posizioni politiche tra i ceti sociali (con redditi medio-bassi che votano dx e redditi medio-alti sx) e alla frattura completa tra partiti di sinistra "radicale" e operai. Così mentre ieri la retorica caritatevole cattolica ed il sistema ideologico comunista frenavano il dilagare della pulsione a trasformare la rabbia per l'inferiorità sociale in odio verso il più debole, oggi la presenza del ciellino o dell'intellettualoide di sinistra si tramuta in uno stimolo a reagire alla loro pretesa di "sentirsi migliori" nel modo più provocatorio possibile, fino all'estremo di annullare l'ostilità verso chi realmente colpisce gli interessi delle fascie sociali più deboli (il padrone, l'evasore, l'affittuario, peraltro sembre meno visibili con la managerizzazione e le immobiliari). In questo processo credo ci sia una buona fetta di responsabilità da parte dei quadri dei partiti di sinistra e dei sindacati che hanno la tendenza a dimenticare l'interesse della loro base. In senso più ampio penso però che la stragrande maggioranza di coloro che si riconoscono in principi progressisti abbiano (abbiamo!) delle colpe, dal momento in cui ci si relaziona quasi esclusivamente con chi si vede come affine, elaborando un universo discorsivo inaccessibile a chi non ha determinate conoscenze ed interessi e perdendo la capacità di comunicare con chi non appartiene al medesimo ambito socioculturale. Alcuni giorni fa ho assistito ad un incontro di rifondazione nel quale un vecchietto segretario di un circolo di rifondazione di un paesino (nel quale non succede mai niente di niente) nel suo intervento diceva in dialetto che ormai è necessario dormire con il fucile sotto il cuscino, e una ragazza in un intervento successivo gli ha risposto parlando di Merton. Credo che ciò non voglia dire avere idee diverse, ma parlare lingue diverse... non c'è una lingua condivisa con cui comunicare tra membri dello stesso partito della stessa città, come è possibile quindi costruire un discorso alternativo a quello proposto dalla tv? |
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Lupo
H. ergaster


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  Inviato:
18 Mag 2008 - 13:28 |
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Sicuramente ciò che sta succedendo è la somma di diversi fattori che non sono esplosi all'ultimo minuto. Vi gioca l'ignoranza delle culture "altre" e della reale situazione sulla criminalità in Italia. Basta farsi un giro sul sito dell'ISTAT (http://giustiziaincifre.istat.it/jsp/Introduzione.jsp?id=4A|26A) o del FIERI per capire che la paura che ci sentiamo addosso è parecchio gonfiata.
Ad ogni modo, questa paura c'è e va gestita. I media, come giustamente sottolineato, hanno una parte rilevante in questo, privilegiando certe notizie anzichè altre. E alle persone fa comodo non pensare.
Tutto parte dal presunto rapimento di un bambino di sei mesi. Gli inquirenti sono dubbiosi, ma tant'è, ormai è in prima pagina. Ma come? E tutti i bambini che scompaiono ogni anno? Nessuno ne parla? Del resto, se un italiano stupra una donna rom, la notizia appare solo in un trafiletto di giornale, se appare. E chiaramente, a parte qualche sporadico caso, non si è sentita la voce degli accusati.
La responsabilità dei fatti è personale, ma l'umana natura è propensa a generalizzare e a colpevolizzare l'intero gruppo. Basta che il gruppo sia distinto, in termini sociali e culturali, dal proprio.
Così, a Napoli si pensa bene di bruciare i campi rom, e se qualcuno fa notare che ci sono anche bambini, il saggio di turno risponde che è meglio, così non crescono e non diventano delinquenti. E sono le persone più anziane, paradossalmente, a essere più d'accordo con tale "politica". L'ONU e la Comunità Europea condannano i fatti, cosa che fa pensare. Non avrebbero preso posizione se quanto successo fosse solo un problema di sicurezza interno.
Il nostro Paese ha perso la memoria del suo ruolo di terra di migrazione. Lo è sempre stato e sempre lo sarà. Così come ci siamo dimenticati di come i nostri emigranti erano trattati in altri paesi. "Italiani mafia" è una delle frasi più ricorrenti, eppure non mi sembra che vengano a incendiarci le case. Così come il Nord non incendia le case del sud e i lombardi non dichiarano guerra al Veneto (dove a detta degli anziani vivono i "terroni del nord"). Ma ci sono rabbia e paura, represse, anche qui.
E' stato detto che dietro i fatti di Napoli vi è la camorra, il che può essere anche vero. Ma ad Opera, l'anno scorso nella civilissima Padania (terra che non esiste, ma questo è un altro discorso), la camorra non c'era, e si è evitata la tragedia solo perchè i carabinieri erano stati allertati per tempo e la situazione era "calda" da diversi giorni.
Non ci vuole Umberto Eco e una sua lezione sulla "costruzione del nemico" per capire che la paura del diverso è atavica e ognuno di noi teme in qualche misura il diverso da sè. Non deve spaventare questo ma, appunto, bisogna saperlo gestire. Non ricordo più chi ha detto che "si nasce razzisti e si diventa antirazzisti": accettare l'Altro, chiunque sia, richiede uno sforzo quotidiano, richiede soprattutto di pensare, attività che manca di esercizio, a quanto sembra.
In periodi in cui mancano certezze per il futuro è mostruosamente normale rivolgersi all'altro come a un nemico. Ciò che non si nota, a parte il silenzio-assenso delle istituzioni e dei pensatori di punta, che si sono mossi solo dopo qualche giorno, è l'imbarbarimento del nostro sistema di pensiero.
Non esiste più empatia per i nostri connazionali, come si può pensare che ci sia per gli stranieri? E visto che l'empatia si apprende, dobbiamo chiederci perchè famiglia e scuola non riescono nell'intento. Che la questione abbia alla base la paura, lo si nota dalle prese di posizione delle persone nelle interviste. Nelle loro parole non vi è razzismo, ma xenofobia, il che la dice lunga.
Mi stupisce un'altra cosa: possibile che in questa Comunità a cui sono iscritte quasi 2000 persone, pochissimi abbiano un'opinione da esprimere? Non esiste, secondo voi, un punto di vista antropologico su quanto succede? E poi ci lamentiamo delle difficoltà che incontra un antropologo nel trovare lavoro?
Veramente gli antropologi non sanno proporre non dico una soluzione, ma almeno un'indicazione metodologica? |
_________________ Moreno Tiziani - professioneantropologo.it |
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Sirio
A. ramidus


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  Inviato:
18 Mag 2008 - 18:16 |
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Condivido il vostro disappunto per gli episodi di Napoli e vi consiglio un libro molto interessante
"Metamorfosi della paura" di Roberto Escobar. |
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adam
A. afarensis


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  Inviato:
25 Mag 2008 - 19:11 |
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Voglio essere antipatico e sferzante perchè non trovo di meglio.
A leggere parte di alcuni di questi commenti "di specialisti della natura e della condizione umana (?)" c'è da mettersi le mani nei capelli. Capisco anche perché le cose a questo mondo faticano a migliorare (abissale ignoranza e mancanza completa di rispetto).
A mo di esempio porto il commento di lupo e segnalo come quasi ogni singola proposizione esprima un punto di vista ideologico, saturo di pregiudizi, di preconcetti, d'imprecisioni e falsità, con un'angolazione di apertura alla complessità del reale alquanto ristretto (se nella storia della matematica avesse dominato questo punto di vista non avremmo nemmeno le tabelline e il teorema di Pitagora, figurarsi la relatività, il muro di Planck e l'ipotesi dei fratelli Bogdanov oltre il Big Bang:
1) Vi gioca l'ignoranza delle culture "altre" e della reale situazione sulla criminalità in Italia.
[nota mia: l’esperienza quotidiana (secolare) a contatto con la criminalità (micro e macro: furti, truffe, rapine, sequestri e omicidi) degli zingari (e giostrai) non conta nulla vero?]
2) Basta farsi un giro sul sito dell'ISTAT (http://giustiziaincifre.istat.it/jsp/Introduzione.jsp?id=4A|26A) o del FIERI per capire che la paura che ci sentiamo addosso è parecchio gonfiata.
[nota mia: sulla credibilità dell’ISTAT basta e avanza la vicenda dell’inflazione con la famosissima distinzione tra l'inflazione reale e percepita, che è ancora più sottile e falsa del dilemma teologico sul sesso degli angeli]
3) Ad ogni modo, questa paura c'è e va gestita.
[nota mia: la paura o la diffidenza è parte essenziale della natura umana, necessaria quanto l’aria; non è certo sminuendo o sottacendo i fatti che si risolvono i problemi; è dal 1400 che gli zingari, o meglio la parte non integrata di loro che vive di espedienti delittuosi, che si fa odiare dalle genti dell’Europa]
4) I media, come giustamente sottolineato, hanno una parte rilevante in questo, privilegiando certe notizie anzichè altre. E alle persone fa comodo non pensare.
Tutto parte dal presunto rapimento di un bambino di sei mesi. Gli inquirenti sono dubbiosi, ma tant'è, ormai è in prima pagina. Ma come? E tutti i bambini che scompaiono ogni anno? Nessuno ne parla? Del resto, se un italiano stupra una donna rom, la notizia appare solo in un trafiletto di giornale, se appare. E chiaramente, a parte qualche sporadico caso, non si è sentita la voce degli accusati.
[nota mia: non mi pare che vi siano stati casi di stupro di donne rom, a parte i casi in cui qualche famiglia di zingari prestava i suoi figli a qualche “gajè” degenerato]
5) La responsabilità dei fatti è personale, ma l'umana natura è propensa a generalizzare e a colpevolizzare l'intero gruppo. Basta che il gruppo sia distinto, in termini sociali e culturali, dal proprio.
Così, a Napoli si pensa bene di bruciare i campi rom, e se qualcuno fa notare che ci sono anche bambini, il saggio di turno risponde che è meglio, così non crescono e non diventano delinquenti. E sono le persone più anziane, paradossalmente, a essere più d'accordo con tale "politica".
[nota mia: le persone anziane sono quelle che maggiormente hanno vissuto, subito, sperimentato gli espedienti degli zingari, almeno al nord e nel veneto; anche mia madre, 84 anni, buona cristiana, caritatevole con tutti, amorevole con gli zingari è giunta al disgusto e quando viene una zingara a chiedere l’elemosina, ancora gliela dà ma senza più il sorriso benevolo sulle labbra].
6) L'ONU e la Comunità Europea condannano i fatti, cosa che fa pensare. Non avrebbero preso posizione se quanto successo fosse solo un problema di sicurezza interno.
[nota mia: ho seguito il dibattito in sede europea, su radio radicale, e mi è apparso chiaramente strumentalizzato dalle sinistre europee]
7) Il nostro Paese ha perso la memoria del suo ruolo di terra di migrazione.
[nota mia: noi veneti non abbiamo perso la memoria, anche se è stata falsificata la storia, sappiamo bene chi ci ha costretto ha emigrare, “Porca Italia” poesia del poeta veronese Berto Barbarani]
Così come ci siamo dimenticati di come i nostri emigranti erano trattati in altri paesi. "Italiani mafia" è una delle frasi più ricorrenti, eppure non mi sembra che vengano a incendiarci le case.
[nota mia: l’immigrazione italiana non è stata tutta uguale, e i veneti e le genti del nord italico emigrate per lo piú dove c’era soltanto da lavorare si sono fatte apprezzare e benvolere, tra i veneti emigrati non c’erano mafiosi o ladri o rapinatori, gli emigranti non sono tutti uguali; quando il mondo ha imparato a distingure tra gli emigranti italici alle genti venete e del nord non veniva affatto affibiato l’attributo di italiano o il “titolo” di mafioso]
9) Così come il Nord non incendia le case del sud e i lombardi non dichiarano guerra al Veneto (dove a detta degli anziani vivono i "terroni del nord"). Ma ci sono rabbia e paura, represse, anche qui. E' stato detto che dietro i fatti di Napoli vi è la camorra, il che può essere anche vero. Ma ad Opera, l'anno scorso nella civilissima Padania (terra che non esiste, ma questo è un altro discorso), la camorra non c'era, e si è evitata la tragedia solo perchè i carabinieri erano stati allertati per tempo e la situazione era "calda" da diversi giorni.
[nota mia: la Padania esiste tanto quanto esiste l’italia, un’altro suo nome da secoli è val Padana, come esiste Padoa, Padus, Padova; ed io non sono “padano” ma “veneto” e non ho votato lega, come non voto più nessuno in Italia; a Opera la situazione era diventata insostenibile e quando il vaso è colmo, trabocca]
10) Non esiste più empatia per i nostri connazionali, come si può pensare che ci sia per gli stranieri?
[nota mia: non vi è mai stata “empatia” tra gli italiani (che non sono una nazione) se non quella indotta dalla propaganda di stato, col circo del calcio, della bicicletta e della Ferrari, attraverso i media, le scuole di stato, la chiesa di stato, la cultura dominante, la leva obbligatoria e le inutili guerre; ricordo che la peggiore è stata fatta nella Venetia e che l'à rasa al suolo]
......................
Un discreto documento di storia sugli zingari, anche se venato da certa ideologia:
http://www.gaffi.it/document/upload/Carovane.pdf
Sull'integrazione degli "stranieri" (estracomunitari) al nord:
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Emergenza-paura/2026719//0 :
Sembra un paradosso.
"Le indagini condotte dalla Caritas Migrantes per il Cnel dimostrano che le regioni dove l'integrazione degli immigrati è maggiore sono quelle del Nord: Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia. Se scendiamo a livello locale scopriamo che, dove è più alto il consenso alla Lega, più alta è l'integrazione. La Lega è espressione dello stesso mondo che più di altri attrae e integra gli immigrati. La Lega da una parte ha bisogno di accontentare il suo elettorato di piccoli imprenditori che hanno bisogno di manodopera e dall'altro di alimentare la paura per avere consenso elettorale". |
_________________ Io non conosco verità assolute, ma sono umile di fronte alla mia ignoranza: in ciò é il mio onore e la mia ricompensa (Kahlil Gibran) sselboi |
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Buena_Onda
A. ramidus


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  Inviato:
31 Mag 2008 - 02:36 |
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Rubare, saccheggiare, rapire, erano atti di coraggio, di supremazia e di orgoglio in passato per alcuni nomadi.
I loro discendenti, semi-nomadi/sedentari al giorno d'oggi, hanno nella loro cultura ancora queste caratteristiche che rafforzano l'odio da parte di un altra civiltà che non approva questi atteggiamenti.
Le culture rappresentano peculiarità a volte molto diverse tra di loro.
Diversità è per molti sinonimo di minaccia che si accentua con questi tipi di avvenimenti.
Se non esistessero questi fattori conflittivi sicuramente non sarebbero esistite le guerre ma nemmeno quei sistemi complessi che regolano e differenziano il nostro modo di essere.
Si dovrebbe incominciare a rispettare ed accettare il diverso ma ciò deve essere fatto da entrambi le parti.
Ci sono culture pronte a questo altre no.
Culture e pregiudizi sono difficili da cambiare. L'integrazione non sempre è una cosa semplice. A volte può essere condizionata per forza delle circostanze, altre dalle imposizioni di una nazione ed altre ancora dalle scelte personali. Quest'ultima può essere considerata come una integrazione deferente che accetta il diverso fino a farne parte.
Se dovessero arrivare molotov e barbari significherebbe che ancora non siamo pronti a questo tipo di confronto con quello che attualmente, nel nostro piccolo e confinato mondo, consideriamo "esterno". Può bastare il rapimento di un bambino per fare scaturire l'odio e fare dimenticare quella comprensione della diversità che tanto ci caratterizza come Europei.
L'integrazione in ogni modo deve essere fatta sia dal paese che ospita, sia dalle culture che si trovano nel paese ospitante.
Io vivo in Messico, un paese che non è il mio. Ho accettato le sue regole, le sue culture e il suo modo di essere dal momento che sono arrivato. Non ho mai rapito un bambino e fino adesso nessuno mi ha bruciato la casa.
Integrazione è rispetto circolare.
Mi pongo però una domanda che spero alimenti questa discussione:
l'integrazione, a livello globale, si può considerare un'appiattimento culturale che tende ad uniformare i differenti modi di concepire la vita?
In fondo la parola rubare per un Rom ha un significato completamente differente dal nostro. |
_________________ Andrea |
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kleber
A. afarensis


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  Inviato:
03 Giu 2008 - 16:12 |
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Vorrei riprendere la discussione con Adam. Ho provato a fare una serie di citazioni ma mi veniva troppo complesso così, per semplicità, o per un semplice taglia e copia.
Il commento di Lupo è "ideologico". Direi che Adam sfonda una porta aperta. Qualunque prodotto culturale è ideologico. Ho idea che anche una semplice tazza sia ideologica. Ma forse Adam dava alla parola un'interpretazione di carattere politico, e in questo caso una interpretazione negativa che viene rafforzata dall'opposizione a quella che sarebbe "l'autentica scienza". Chi ha una certa età, come aimè chi scrive, rammenterà le posizioni del marxismo sovietico, che distinguevano cavillosamente proprio scienza da ideologia. Con i risultati che sappiamo. Una presa di posizione è sempre inevitabilmente politica. Anche qui non ci trovo nulla di male. Il male è quando le posizioni non sono esplicite. E mi pare che qui sono tanto esplicite da aver richiamato l’attenzione di Adam. Diversa invece l’accusa di essere “specialisti” della natura e condizione umana. Qui siamo tutti dei dilettanti nel senso letterale del termine, che ci dilettiamo. Quindi non siamo specialisti (nessuno me lo ha chiesto ma vorrei anche specificare che, a mio modo di vedere, una natura umana non esiste). Quindi possiamo anche sbagliarci. Ora, senza discutere se Lupo è stato o meno complesso nella sua analisi, verrei al discorso sul “l’esperienza” di criminalità quotidiana. Adam pone la questione su questo piano: è vero o meno che i Rom sono criminali? E da la sua risposta, che mi pare sia sostanzialmente positiva. Sotto questo aspetto c’è poco altro da aggiungere. E’ un modo di porre il problema.
Ma la discussione non era partita da qui: la discussione era partita da: come mai abbiamo tanta paura dei Rom? Come mai si manifestano reazioni così intense (e forse spropositate)? IL fatto di dire che i Rom sono tutti ladri, criminali …. Non toglie la valenza alla domanda. La mafia, certo più pericolosa dei Rom, non mette così paura. Nemmeno la bomba atomica (oggi) mette più tanta paura. Ma i Rom si. Allora la questione non è se sono o meno pericolosi ma perché noi li percepiamo così pericolosi. E qui sgombererei il campo da una prima valutazione: “la paura o la diffidenza è parte essenziale della natura umana, necessaria quanto l’aria”. Niente affatto. La paura è una costruzione culturale. (come lo è ogni altro comportamento umano). Non so (ma direi di si) se il movimento dei segnali chimico-elettrici lungo il sistema nervoso sia o meno condizionato culturalmente (sono un radicale a riguardo) ma certo è condizionato ogni comportamento che da questi segnali procede. E gli uomini non hanno bisogno della paura, non tutte le paure sono eguali, abbiamo popoli che “non conoscono la paura” (si comportano come se non esistesse). Allora, se non è un dato naturale va interpretata: deve diventare un problema. Risolverlo dicendo che essa è giustificata non è affatto risolverlo. La paura risulta da una interpretazione della realtà e quella che Adam chiama “esperienza” (il dato statistico delle microriminalità, addirittura definito “secolare”) non è affatto un’esperienza ma una interpretazione (Geertz batti un colpo!). Così, per riprendere il discorso sugli Italiani emigranti, non mi risulta la distinzione che suggerisce Adam tra Italiani buoni del nord che lavorano e Italiani del sud mafiosi: mi risulta invece che “italiani”, senza aggettivo ulteriore, è stato (ed è…) un termine dispregiativo per qualificare chi era immigrato da parte di chi immigrato non era. La costruzione italiani buoni/italiani cattivi è del tutto posteriore e costruita da Italiani (be’… da alcuni Italiani per fortuna) per distinguere se stessi da altri Italiani. Ed è una costruzione che, a mio parere, segue il rifiuto delle conseguenze della globalizzazione: dell’estraneazione che si prova di fronte ad una complessità sociale incontrollabile. Così, per controllarla, si ricorre a segni semplici, del tipo noi-loro, che hanno il vantaggio di essere tranquillizzanti nella loro riconoscibilità. E questo mentre la globalizzazione, tranquillamente, ingloba ogni aspetto del nostro essere in meccanismi economici che non riusciamo (anzi: che rifiutiamo) anche solo a immaginare. La Padania non c’è sempre stata: c’è da una trentina di anni. E Adam stesso cita un noto detto che escludeva i “terroni del nord”. E naturalmente non c’è sempre stata l’Italia, Stato che si è costruito a partire dalla fine del ‘700, con i noti processi elitari. Ora, queste interpretazioni semplificate noi-loro non hanno solo il valore di camuffare la realtà, di schermarla con mitologemi da stadio (la politica ridotta a tifo campanilistico) ma sono deleterie dal punto di vista degli interessi, per coloro stessi che le usano. Bruciare i campi dei Rom non renderà la Campania una terra più sicura; strillare contro la globalizzazione non ridurrà gli introiti delle multinazionali; chiedere la secessione non impedirà alle banche di continuare a drenare i risparmi dal sud per spenderli nel nord.
Ma tutto questo ancora non è il vero pericolo: il vero pericolo è che noi si rinunci al valore più ampio della nostra cultura, che è la capacità di mettere in discussione noi stessi (e solo noi europei, occidentali, possiamo farlo) per trasformare la cultura in un fortino da cui escludere gli altri. E’ il momento di scegliere: se rimanere noi stessi o cadere nella barbarie. Una scelta ideologica? Lo ripeto: sfondiamo una porta aperta. Ma non è progressisti o conservatori: è tra restare noi stessi o tradirci abdicando alla Ragione. |
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Piedolo
H. ergaster


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  Inviato:
04 Giu 2008 - 18:52 |
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E la Douglas? E i processi di blaming della teoria forense del pericolo?
Le società occidentali contemporanee, non riuscendo più a tabuizzare l'oggetto del pericolo, han creato il concetto di rischio. Ma la colpa abbiamo comunque bisogno di darla. Dobbiamo esorcizzare i confini, lo scambio di sostanze dentro e fuori il corpo sociale.
Attribuiamo colpa per dare significato. Dobbiamo farlo. |
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Piedolo
H. ergaster


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  Inviato:
04 Giu 2008 - 19:03 |
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E siccome vorrei aggiungere che l'antropologia oggettiva non esiste e chi vi tende non fa antropologia, se la Padania esiste esiste anche Goldrake e ci salverà da tutte le minchiate che mi tocca sentire, francesismo dovuto ai nervi a fior di pelle, scusate.
La val Padana è una connotazione geografica. La padania pretende di assumere oltre che una connotazione geografica, anche una culturale, storica, politica che non ha alcun fondamento. Mostratemi il contrario. |
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adam
A. afarensis


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  Inviato:
10 Giu 2008 - 20:39 |
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Beh! sgombriamo subito il campo da equivoci:
io sono veneto e lavoro per l’indipendenza della mia terra la Venetia;
non sono italiano se non per cittadinanza e per costrizione (come tutta la mia gente da 140 anni circa).
Non sono nemmeno padano e ricordo a chi non lo sapesse che l’uso del termine “Padania” come sinonimo di val Padana, è attestato da molto più di 30 anni (non ho voglia di perdere tempo a documentarvi su quanto ho or ora affermato, basta una semplice ricerca in rete) e comunque per me è un toponimo geografico come tanti altri : Italia, Europa, ecc. con le loro valenze antropologiche, fisiche, storiche, culturali e politiche.
Non mi spaventa, mi fa orrore di più Bossi e la sua banda non solo varesotta , come mi fa orrore lo stato italiano tutto (fin dalla sua costituzione con le sue 5 R).
Dal punto di vista storico, culturale e linguistico esiste un’“identità padana” fin dal Paleolitico Superiore, accentuatasi a partire dal mesolitico e poi tutto il resto nel neolitico, nell’eneolitico, nell’età del ferro, in età romana (Gallia cisalpina), post romana, goto-longobarda-franca, comunale, ecc..
E comunque “padania” è un termine concettualmente analogo, non diverso per certi aspetti, da quello del termine “ladinia”.
Mi fermo qui e non intendo polemizzare oltre con il Piedolo monfalconese che non gli riesce più di bloccare il dente ogni qualvolta sente il nome “Padania” (chissà perché ?).
Io desidero, voglio e pretendo di essere rispettato come “veneto”, come “etnia veneta”, con la sua cultura specifica, al pari dell’“etnia Rom o Sinta” e pretendo che sia rispettata anche la “mia terra” come quella del Tibet, di Israele e dei Palestinesi.
Per quanto riguarda l’imigrazione italiana dell’800 esistono numerosi documenti che attestano come nel mondo si sia fatta distinzione tra gli italiani del tipo stereotipico “pizza, mafia, mandolino, capelli ricci e scuri, latini” e gli altri come per esempio i veneti, lombardi e friulani che non rientrano in questa generalizzazione all’ingrosso.
I veneti non sono latini e questo è un fatto innegabile, anche se a taluni da fastidio che lo si affermi.
L’identità veneta è molto complessa: è quasi al centro dell’Europa : liguro-euganea, celtica, germanica, balcanica (slava e greca), italica, mediorientale.
La sola identità latina, con la sua fase romana, per i veneti è una camicia di forza soffocante e limitante.
A seguito delle opere di Gianantonio Stella sull’imigrazione dalla penisola italica (l’Orda e altre), abbiamo fatto delle ricerche e preso posizione contro il veneto-milanese Stella (del Corsera) che quarda caso da allora ha incominciato a orientare le sue crude analisi critiche anche altrove e non soltanto sulla sua gente (d’origine) che ha maltrattato ignominiosamente e calunniato abbondantemente, “per far di tutta la mal’erba italica un fascio” (ad ognuno il suo); finalmente anche Stella ha imparato che non siamo tutti uguali, che esistono differenze culturali e antropologiche (non solo fisiche ma anche culturali).
Negli archivi dei tribunali europei e nordamericani non si trovano casi di “crimini” (o delitti) compiuti da migranti veneti; per converso se ne trovano molti (ma molti) ascritti ad altre genti della penisola italica.
Anche la parte "abbondantemente minoritaria" dei “meridionali italici” che è migrata nella foresta Brasiliana assieme alla maggioranza veneta (friulani compresi) si è dimostrata brava gente: nella foresta c’era solo da lavorare, disboscare, dissodare, arare, seminare e raccogliere;
nella foresta Brasiliana non c’erano banche da rapinare o commerci da taglieggiare o moneta da falsificare, o alcool da trafficare, ecc.
Per quanto riguarda la natura umana (che non esisterebbe secondo taluni) e la paura (che sarebbe un prodotto culturale per talaltri) ricordo come al di là del Muro di Planck, l’energia e la materia si confondono nell’oceano quantico ove tutto fluttua, come fluttuano i numeri reali e i numeri immaginari, le segnature lorenziana e quella euclidea, sino all’istantone finale, localizzato nel punto matematico chiamato zero (infinito ed eterno).
Per quanto riguarda la globalizzazione, voce di moda, molto complessa e molto contradittoria, una spece di mito moderno, non la ritengo un disegno divino e nemmeno un destino analogo a un ciclone della “modernità” che tutto travolge ... gli aspetti della globalizzazione che violino i “valori umani universali” (rispetto della vita e del suo spazio vitale, ... ecc.) vanno combattuti, io almeno li combatto a prescindere dall’esito, poi sarà quel che sarà.
Sono d’accordo che gli zingari (quella parte parassitaria e criminale di loro), nella penisola italica, (in Francia esiste la mafia dei gitani, non diversa da quella campana o sicula o calabrese, ecc.) sono un “piccolo problema (?)” rispetto al “grande problema” della grande criminalità “statale”, delle oligarchie parassitarie, dei monopoli/oligopoli irresponsabili e taglieggiatori, delle caste, delle organizzazioni criminali come le varie mafie, ecc. però è sempre un problema che bisogna cercare di risolvere al meglio, con comprensione ma con fermezza, senza privilegi, devono imparare a guadagnarsi il pane con il sudore della fronte e senza più rubare.
Interessante questo caso esemplare di “espresione culturale” da rispettare:
http://www.spreconi.it/2008/06/limpunit-di-mis.html#comments
Caro Kleber mi leggero Geertz, che non conoscevo (sono moltissime le cose che non conosco, sicuramente e infinitamente di più di quelle che conosco) però ... ! |
_________________ Io non conosco verità assolute, ma sono umile di fronte alla mia ignoranza: in ciò é il mio onore e la mia ricompensa (Kahlil Gibran) sselboi |
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kleber
A. afarensis


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  Inviato:
11 Giu 2008 - 09:26 |
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Sgomberiamo pure il campo: i desideri o i gusti politici (ma anche quelli sportivi o sessuali...) dei singoli qui sono fuori discussione. Uno può sentirsi friulano o di S. Marino e sono fatti suoi; uno può essere di una delle varie modalità della Lega e sono sempre fatti suoi. Può amare o meno i vicini: idem, fatti suoi. Non è questo il punto. Il punto è: come mai per concettualizzare la situazione contemporanea si ricorre a simboli anacronistici? Come mai la rudimentale alternativa noi/loro, declinabile in tutte le varie salse (noi buoni/loro cattivi; noi belli/loro brutti; noi onesti/loro disonensti) è tornata così prepontemetne alla ribalta? Come mai il tema dell'"identità" è diventato così pressante da doverla definire (e doverla definire subito!) in termini etnico-geografici rudimentali? Come mai categorie rifiutate da decenni (da un secolo!) dall'antropologia sono ora diventate la base per le valutazioni sociali e politiche?
IL senso dell'antropologia, ed è il motivo per cui discutiamo qui, non è stabilire "i fatti degli altri" ma mettere in discussione noi stessi. Non si tratta di stabilire se i meridionali hanno i capelli ricci o se i Rom sono pericolosi ma perché me li immagino così. Non si tratta di stabilire se friulani sono migliori di altri (qualsiasi cosa possa significare questa frase) ma perché ho bisogno di pensarli così. Per rispondere a queste domande l'antropologia ha elaborato alcune categoria e alcuni strumenti di analisi. Categorie e strumenti tanto poco solidi che gli antropologi continuano ad accapigliarvisi sopra. Nondimeno in questo accapigliarsi qualcosa è emerso come base comune. E' emerso il rifiuto del razzismo, è emerso il rifiuto del determinismo geografico, è emerso il rifiuto della natura (almeno: della natura intesa dal senso comune, come biologica) come base cui ricondurre le risposte culturali. Certo, la ricerca continua e ogni volta approfondiamo il senso sia di questi rifiuti sia delle nostre accettazioni (accettare la plasticità della cultura umana, la creatività simbolica...). Naturalmente si potrebbe asserire che tutto questo non è una "verità" ma una "ideologia". Sarei daccordo. Ma è l'ideologia che rende grande, moralmente grande, l'Europa e noi occidentali. Quell'ideologia, che solo l'occidente può produrre e che gli permette (permette a noi) di mettere in discussione l'occidente stesso, continuamente relativizzando le proprie categorie ogni volta che incontra un "diverso". Il confronto con il diverso ci consente di capire meglio noi stessi e i nostri propri limiti. Per questo motivo all'antopologo il diverso è sempre simpatico. Mentre a volte è antipatico se stesso... Apparetemente qui è nuovamente una questione di gusti e quindi potremmo scontinuare a sgomberare il campo: non è così. L'antropologo ha a che fare con la diversità e la esalta. Compresa la diversità costruita sulla base della paura: l'antropologo ha simpatia anche per la Lega. Il compito dell'antropologia è questo: capire il diverso e, tramite il diverso, capire di più noi stessi. Naturalmente questo non vuol dire che tutto sia eguale, al contrario. Noi possiamo capire i barbari mentre i barbari, gli stessi per cui proviamo simpatia, non possono capire noi. Nonostante la simpatia antropologica per il diverso non approvo il cannibalismo o il velo delle donne. Forse i Rom rubano. Bene, occorre capire perché, così come cerco di capire le motivazioni di chi brucia le loro baracche. Attraverso questa comprensione possiamo mutare noi stessi. Ora, di fronte a queste diversità che si impongono anche in casa nostra, che ci sono vicinissime, dobbiamo scegliere: continuare a capire, seguendo la tradizione della nostra cultura, o chiuderci nell'opposizione noi/loro. E' la scelta tra la civiltà, la nostra, e la barbarie. |
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Piedolo
H. ergaster


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  Inviato:
11 Giu 2008 - 10:56 |
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Rispetto tutto quello che dici. Ma sinceramente sono estremamente convinto che siano tutte cavolate, Adam.
Etnia veneta, identità veneta, i veneti non sono latini... grandissime cavolate. Identico a chi, a che cosa?
Spiegami cosa ti cambia sapere di avere gli antenati celti o latini, il tuo sangue è diverso? Il tuo sputo è diverso? Sempre quello è, solo che sanguini e sputi in modo culturalmente diverso. |
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Piedolo
H. ergaster


Registrato: 10 Nov 2005
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  Inviato:
11 Giu 2008 - 12:57 |
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Ah! Tra l'altro vorrei ricordare, per chi non lo ricordasse, che la Lega ha pagato fior fior di quattrini un sedicente antropologo statunitense per farsi costruire riti e miti legati alla presunta padanità o identità padana, lombarda, veneta che dir si voglia. |
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futis
H. habilis


Registrato: 10 Lug 2003
Messaggi: 371
Località: Arzignano (VI)
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  Inviato:
11 Giu 2008 - 15:03 |
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Piedolo, allora mi verrebbe da pensare che viviamo in un mondo in cui le cavolate contano parecchio, visto che c'è chi le paga fior di quattrini per farsele costruire e che poi ci costruisce un partito cha dalle mie parti prende il 50% (quando va male)
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Come antropologo mi si apre davanti una dimensione da comprendere (perchè le cavolate hanno tanto potere?) piuttosto che una questione da liquidare. Credo sia un pò quello che diceva kleber: ognuno ha i suoi gusti, ma non si può negare che queste siano questioni che chi si occupa di antropologia dovrebbe affrontare, o no?
Magari sto perdendo il mio tempo, ma io mi interrogo sul perchè alcune cose di quelle che dice Adam dalle nostre parti (mie e di Adam) va a costituire un discorso ormai dominante tra la gente, che senti sia che tu sia al mercato, al lavoro o al bar... certo di Geertz non hanno alba, della Douglas ancora meno..
Se è vero che i fatti culturali si costruiscono (e per alcuni è vero), io starei attento a quello che intorno a me stanno costruendo, perchè entro poco tempo potrei vedermelo davanti con una bella etichetta con scritto su "realtà".
I processi di "invenzione della tradizione", così come mi pare si possano chiamare alcuni di questi stando a Eric J. Hobsbawm e Terence Ranger, sono uno degli oggetti privilegiati dell'antropologia, mica liquidabili come "cavolate"... mi pare una questione di disposizione mentale, o no? |
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beechs
A. ramidus


Registrato: 30 Mar 2008
Messaggi: 12
Località: cesena
Status: Offline
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  Inviato:
12 Giu 2008 - 12:52 |
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Sono assolutamente d'accordo con futis, e comprendere non vuol dire limitarsi ad evocare la disposizione umana alla paura del diverso ed a denunciare l'irresponsabilità dei media che pompano tale paura. Comprendere vuol dire posizionare sociologicamente i soggetti e capire quali sono le dinamiche politiche nelle quali sono coinvolti. Vuol dire capire perchè proprio ora, che relazioni ci sono con la globalizzazione e con il parziale superamento dello stato-nazione, quali sono le necessità che portano a dar fiducia ad una prospettiva localistica. E credo sarebbe giusto, visto lo stato in cui ci troviamo, mettere in discussione tanti valori che si davano per imprescindibili. In primis, siamo sicuri che è così irrazionale il conflitto per avvicinare al territorio parte del processo decisionale politico-economico? |
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