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H. ergaster
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Messaggio   Inviato: 30 Apr 2007 - 11:24 Rispondi citando Torna in cima
Oggetto: 30 aprile 2007: Web 2.0, vera frontiera antropologica?

Negli ultimi mesi si parla molto di web 2.0. Si tratta di un'evoluzione di internet, o meglio del modo di fruire la comunicazione attraverso la rete. Da una fruizione quasi passiva dei siti web e delle potenzialità di internet si sta passando, lentamente, a un sistema di condivisione delle informazioni da parte dei navigatori, che anzi contribuiscono a creare i contenuti.

Per far ciò, sarebbe cambiata la stessa architettura delle reti: non più siti web statici, ma portali aperti alla collaborazione reciproca degli utenti. CMS e Wiki sostituirebbero pagine in html e flash, ad esempio.

Sembra dunque che si apra una nuova frontiera per la relazione interpersonale e la comunicazione in rete, che potrebbe essere un nuovo campo di indagine per l'antropologia di internet o per la cyberantropologia. Ma è veramente così?

Sorge il sospetto, in effetti, che tale "rivoluzione" sia stata ideata a tavolino. Chi ha giudicato le caratteristiche del web 2.0 ha definito, a posteriori, l'attuale internet come versione 1.5, sottolineando aspetti che in realtà esistevano già agli albori delle rete.

Le BBS, i canali gopher e i newsgroup erano già anni fa collettori di informazioni, spesso modificabili dagli utenti. E per quanto sia vero che i CMS (sistema di gestione dei contenuti, su cui è basato anche Anthropos) si siano diffusi soprattutto negli ultimi tempi, esistevano già anni fa esempi simili.

E infatti la struttura tecnica dei siti web non è fondamentalmente cambiata da quando internet cominciò a diffondersi in Italia, circa 10 anni fa. I blog e i loro derivati, citati come esempio lampante di questa rivoluzione in atto, non sembrano rispondere ai parametri di comunicazione condivisa richiesti per progredire sulla strada del web 2.0.

Le dinamiche con cui si enfatizza la venuta del web 2.0, a volte con toni epici se non biblici, ha caratteristiche in comune con quella bolla speculativa che si gonfiò, e scoppiò, nel 2000. E il marketing pubblicitario dietro fenomeni come Second Life sembrerebbero confermarlo. La differenza con l'anno 2000, probabilmente, è solo di carattere idealistico.

In questo panorama, l'antropologia come si comporta? Gli esempi di studi di relazione nel web, dal punto di vista antropologico, non sono poi moltissimi, dopotutto. L'antropologo delle rete come si pone di fronte a questi fenomeni di "nuova" comunicazione sociale? Ma esiste veramente un fenomeno da interpretare o non vi è niente di nuovo?

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Moreno Tiziani - professioneantropologo.it
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Messaggio   Inviato: 29 Mag 2007 - 10:10 Rispondi citando Torna in cima

In Web 2.0 'neglecting good design' Jakob Nielsen, uno dei massimi esperti di web, commenta il web 2.0 dicendo che è un modello senza futuro, visto che la maggior parte degli utenti, in realtà, generalmente non sfrutta la rete per condividere contenuti.
Un riassunto commentato dell'articolo, in italiano, è Nielsen: nove utenti su dieci non usano il Web 2.0.

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Moreno Tiziani - professioneantropologo.it
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Messaggio   Inviato: 30 Mag 2007 - 13:06 Rispondi citando Torna in cima

Il fatto che la maggior parte di utenti non sfrutti la rete per condividere contenuti non credo sia un dato significativo per quanto riguarda la possibilità di futuro del cosiddetto web 2.0.
Il fatto che in poco tempo l'utenza della rete si sia resa conto di poter condividere di tutto sul web, creare una finestra sulla propria vita aperta a tutti, mostrare quello che si vuole, l'incremento dell'utilizzo di internet per la condivisione di contenuti è stato notevole. Ed è questo incremento piuttosto che la quantità totale di utenti che utilizzano il web in questo senso, a lasciar pensare ad un futuro di "condivisione" e "collaborazione" per il web. Wikipedia, che può essere l'emblema del lavorare condividendo idee, significati, simboli (cultura insomma), dalle ultime analisi statistiche riporta una percentuale di errore di poco superiore a quella dell'enciclopedia britannica. E mostra quindi che questo modello di interazione virtuale tra individui, può davvero avere un futuro.

Per quanto riguarda il dato di Jakob Nielsen, sono d'accordo. Anche perchè credo che sarà sempre così. Se consideriamo tutti gli utenti che si collegano alla rete, la maggioranza degli stessi non sarà attiva a condividere e costruire la rete stessa. Ma starà navigando in siti porno. Perchè i siti porno sono i siti web più visitati. Il conteggio della quantità di utenti quindi non mi sembra essere il metodo più adatto per analizzare il fenomeno.
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Messaggio   Inviato: 07 Ott 2007 - 12:52 Rispondi citando Torna in cima

Su Il Riformista del 15 settembre 2006 è stato pubblicato un articolo di Enrico Beltramini che credo possa essere utile a questa discussione. L'articolo è stato commentato nella rassegna stampa di Apogeo Online curata da Antonio Sofi, esperto di web e nuove tecnologie, che tuttavia non si trova d'accordo con Beltramini.
Sarebbe interessante sapere cosa ne pensano gli Antropini! Smile


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Internet e mutazioni antropologiche
La rivoluzione di Web 2.0

La Rete, grazie all'assenza assoluta del dato fisico, modifica il nostro approccio alla realtà

Web 2.0 è un prodotto open-source, che permette di condividere le informazioni. Questo permette nuove opportunità di lavoro e di informazioni che possono essere costruite sopra le informazioni precedenti. Web 2.0 lascia ai dati una loro identità propria, che può essere cambiata, modificata o remixata da chiunque per uno scopo preciso. Una volta che i dati hanno un'identità, la rete si sposta da un insieme di siti web a una vera rete di siti in grado di interagire ed elaborare le informazioni collettivamente.

San Francisco. "Se sai che qui c'è una mano allora ti concediamo tutto il resto". Così Wittgenstein a proposito del filosofo George Edward Moore. Il progetto di Moore era quello di ridare certezza alle cose attraverso il recupero del senso comune. "Io so che voi ora mi vedete e mi udite", scriveva Moore, e con questo intendeva riaffermare esperienze cognitive sulle quali non era lecito, anzi era intossicante per la mente, dubitare. "Questo calamaio è alla sinistra di questa penna", scriveva ancora, e come si poteva dubitare del calamaio e della penna, una volta poste di fronte a noi? Il bersaglio del filosofo inglese di Cambridge erano gli idealisti, i quali sostenevano che la realtà non è tale, ma una proiezione della mente. Con Moore, invece, le cose sembravano tornare al loro posto, quello che il senso comune, le certezze intuitive e indiscutibili, assegnano ontologicamente. Ed ecco che Wittgenstein ci dice invece che quello che sembra una certezza, è uno "sfondo ereditato", qualcosa che abbiamo imparato. Abbiamo imparato del calamaio, della penna e anche della sinistra. E anche di "noi". Gli oggetti, le storie, le persone, non sono realtà inoppugnabili ma espressioni di regole grammaticali (linguaggio) che abbiamo appreso e che ora ci circondano come una seconda pelle. Come l'acqua per il pesce, come l'aria per noi, la cultura ci forma e ci conforma. Questa introduzione è per fissare il punto di questo articolo: la nuova Internet, Web 2.0, presuppone una modifica della status antropologico. Se non capiamo questo, non capiamo Web 2.0.

Grammatica del web. Infatti, abbiamo imparato che a una parola corrisponde una parola, che al racconto di un'azione corrisponde un'azione, a una espressione del volto un moto dell'animo. Queste sono le nostre regole grammaticali. Quindi, quando andiamo su Internet ci aspettiamo che avvenga la stessa cosa, che siano seguite le stesse regole. Se un sito ci dice che vende abiti italiani, ci aspettiamo che sia vero, che da qualche parte sbuchino fuori vestiti italiani. A volte accade che proprio perché ci manca la possibilità di un riscontro fisico, di una evidenza, abbiamo come una vertigine, e allora non procediamo, non ci fidiamo. Insomma, avete capito cosa intendo. Il fatto è appunto che tendiamo a trasferire quanto abbiamo imparato (nel mondo reale, se possiamo esprimerci così) anche nella realtà virtuale di Internet. Abbiamo anche imparato che c'è chi, quando è su Internet, si prende, diciamo così, qualche libertà. Si va da quelli che si inventano nuove identità per procurarsi appuntamenti con uomini e donne, a vere e proprie truffe perpetrate da siti che affermano tutto mentre sono l'esatto contrario. Proprio la assoluta virtualità di Internet sembra togliere peso e regalare libertà, libertà di dire quello che si vuole, senza alcuna corrispondenza con, chiamiamoli così, i fatti reali. Internet diventa il luogo dove la mancanza del riscontro fisico, lungi dal procurare vertigine, alimenta sogni impossibili, nel senso che dà forma ad aspirazioni che hanno come limite la creatività, non il dato fisico. Insomma, nuove regole grammaticali. Non aggiungerò altro, perché anche in questo caso penso abbiate capito cosa intendo.

Matrix e la realtà. Ora, il tema di questo articolo non è descrivere né chi adotta lo sfondo ereditato quando è in Internet, e nemmeno chi segue le nuove regole quando è su Internet (ma conserva lo sfondo ereditato quando esce da Internet), bensì chi adotta nella realtà, cioè nello spazio tradizionale in cui ci muoviamo, le nuove regole di Internet. Insomma, ci sono dei mutanti tra noi che sono come noi, fanno le stesse cose che facciamo noi, ma sono completamente scollegati dallo sfondo ereditato. Essi sono figli della nuova Internet, della Internet come società della mente, e ora cominciano a trasferire le nuove regole del virtuale al mondo reale. Essi parlano come noi, e noi pensiamo che alle loro parole corrispondano cose o fatti, ma non è così. Il problema è che loro parlano senza che vi sia alcuna corrispondenza alla realtà, ma allo sfondo che essi autonomamente creano. Il problema è che noi proiettiamo su di loro il nostro sfondo ereditato, ma loro ne sono immuni. Insomma, noi crediamo che la Matrix sia confinata in Internet, loro estendono i confini della Matrix fino a comprendere la nostra realtà.

I mutanti. La differenza tra noi e loro è sostanziale. Per esempio, se vado da mia moglie e le spiego che ho avuto un incidente in auto, lei non mi chiede di mostrarle le prove; semplicemente si preoccupa che non mi sia fatto male. Insomma, si presuppone che ci sia una sorta di correlazione tra quello che si dice e quello che è. Quando questo non avviene, questa è una bugia. Chiamo mia moglie e le racconto la tradizionale storiella della cena di lavoro e che tornerò tardi, di non aspettarmi, e poi me ne vado a spassarmela con la segretaria. Il mondo reale è ancora il mondo reale, ma io ho sovvertito la regola aurea di mantenere la relazione tra quello che dico e quello che è. Normalmente, la menzogna anche sistematica non cambia il quadro di riferimento, ma vi si inquadra perfettamente. È verosimile. Il soggetto non cambia il cuore della sua identità, semplicemente aggiunge un capitolo alla storia, o lo racconta in modo diverso. I mutanti dei quali sto parlando ribaltano questo modello: loro creano false strutture permanenti. La casa dove abitano, lo stato di salute, il lavoro, il volontariato all'ospedale. E ancora: la malattia della mamma, la condizione di indigenza, l'amicizia con la vicina di casa. Sono tutte condizioni permanenti, che necessitano di essere richiamate e confermate tutti i giorni perché si mantengano in essere. Essendo costruzioni sociali, esistono soltanto se sono condivise, e sono condivise soltanto se sono continuamente enunciate e rilanciate; se si solidificano, se diventano elementi fondanti il rapporto con chi sta intorno. Esse diventano l'orizzonte attraverso il quale noi leggiamo la loro storia e la nostra storia con loro. Siamo ingabbiati in questo orizzonte che conferisce senso ai singoli episodi. I mutanti sono costruttori di contesti.

La tecnica dei mutanti. E' interessantissima la tecnica dei mutanti di ribaltare il modello tradizionale: invece di mentire sul fatto che esco di casa a portare a passeggio il cane e invece vado a farmi una birra al bar, loro mentono sul fatto che hanno il cane. In questo modo, si apre un mondo: sono a spasso con il cane, ti dicono al telefono, e magari sono a casa. Oppure sono veramente a spasso, ma da soli. Una volta che accetti l'idea che il mutante abbia il cane, l'intera percezione della realtà cambia. Deve tornare a casa ad accudire il cane; il cane ha bisogno della passeggiata; il cane appesantisce il bilancio familiare. Così facendo, da una parte il mutante si costruisce una zona clandestina, completamente sotto il suo controllo; dall'altra, costruisce le premesse per un supplemento di identità, e quindi la possibilità di vivere l'eccitazione di una vita ulteriore, seppure semplicemente raccontata, virtuale: sono un medico che presta volontariato alla sera, sono malata di tumore, sono un design. I mutanti vivono nel virtuale. Una volta che, senza accorgertene, tu accetti come reali le strutture virtuali che loro costruiscono, e quindi li co-costruisci, socialmente parlando, cadi nella tela del ragno. Sintetizzando, e questo tu lo percepisci ma non lo riesci a spiegare, perché è un po' come sbattere contro muri invisibili, il nostro mondo coincide con il loro mondo, ma noi ne siamo prigionieri. Ci sono limiti che non possiamo superare, barriere invisibili ma invalicabili, contro le quali sbattiamo e ci facciamo male e che sono strutturali, immodificabili. O meglio, potrebbero essere modificati, ma questo non può avvenire nel "nostro modo", soltanto loro hanno la chiave che apre la via di fuga. Insomma, attraverso questo e altri artifici, i mutanti creano mondi virtuali (o spezzano il mondo reale in tanti mondi virtuali) e li riempiono di propri contenuti. E ovviamente, fungono da webmaster. Sono generatori, creatori di contesti, di cui mantengono la gestione. In altre parole, essi si appropriano del controllo della semantica dei rapporti personali generandolo e poi rigenerandolo costantemente.

L'uomo di Neanderthal. Sono dei mutanti, oserei dire anche pericolosi, perché magari involontariamente sfruttano il fatto che siamo imprigionati nel nostro sfondo ereditato e non riusciamo a immaginare che ci siano persone costruiscono gli sfondi. Detto meglio, che gli sfondi sono costruzioni umane. Ecco perché, a confronto con chi costruisce sfondi, noi con il nostro sfondo ereditato siamo l'uomo di Neanderthal. Bersagli fissi. È come se, cercando di dare prospettiva al nostro discorso, il mutante abitasse un palazzo che ha molte porte: ogni porta dà su una piazza, dove qualcuno l'aspetta. I muri che separano una piazza dall'altra sono costruzioni narrative del mutante. Per la persona in attesa, la porta che si apre davanti a lei è la porta del palazzo, per il mutante è una delle porte attraverso le quali può ritirarsi e poi passare a un'altra piazza dove lo aspetta un'altra persona, un'altra storia, un'altra identità. Ogni volta che il mutante sparisce di nuovo oltre quella porta, la persona continua a vivere la storia con il mutante. Il mutante, invece, va a vivere un'altra storia. Per la persona, che proietta il suo sfondo ereditato, i muri sono reali. Per il mutante, sono racconti. Se poi la persona volesse entrare nel palazzo attraverso la stessa porta dalla quale è comparso il mutante, se volesse entrare nel mondo del mutante, allora inevitabilmente si ritroverebbe in un labirinto di vicoli, strade, corridoi, e lì si perderebbe. I mutanti sono nomadi che non credono nella permanenza. Essi passano da un mondo (che creano) a un altro, senza soluzione di continuità. Non si attaccano a niente, non credono nella possibilità di costruire, ma nel piacere della novità e della sorpresa. Credono nella precarietà delle relazioni, nella caducità degli umori umani, e di conseguenza nella bontà della sua strategia di costruzione e gestione di portafogli di universi. Quando il rapporto con noi si rompe, semplicemente se ne vanno verso nuove avventure, lasciandoci sedotti e abbandonati. Insomma, dopo aver celebrato i nomadi, oggi mi tocca parlare del lato oscuro della forza.

La sfida del popolo. La sfida lanciata dai mutanti, cioè dal popolo di Web 2.0, non si risolve semplicemente lasciandoci sedurre e abbandonare, o resistendo. La grande verità che ci porta il popolo di Web 2.0 è che lo sfondo ereditato è una struttura provvisoria, storica e quindi soggetta agli accidenti della storia. Che le nostre regole grammaticali, cioè il mondo che ci conforma, è soggetto al continuo cambiamento perché è una costruzione umana e come tale non ha nulla di fondamentale che permane. Ecco perché è l'intera antropologia che va ridiscussa. Bisogna spiegare che la nostra identità è sì una seconda pelle, e la cultura è sì l'orizzonte in cui fiduciosamente ci muoviamo senza farci troppe domande, ma anche che la nostra identità è un vestito che può essere cambiato e la nostra cultura un orizzonte che può mutare. Il vestito, cioè l'identità, è indispensabile, ma non bisogna prenderla troppo sul serio. Quello che importa, è non perdere il centro in se stessi. E' quello che permette di sopravvivere nel deserto della storia. Nella realtà che non ha più strade segnate (e se ne vedi una, è sicuramente un miraggio), l'uomo è un nomade che sta nel posto dove è in quel preciso momento. Il suo è un movimento puntuale, da un punto a quello subito successivo. Senza mai farsi prendere dalla vertigine dello spazio liscio, senza paura della solitudine.

Vivere senza mappe. Insomma, se il contesto sociale non è più in grado di dare senso alle nostre azioni, non prendiamocela con i mutanti: loro lo hanno capito prima di noi. Detto ancora meglio: se ci muoviamo alla cieca in mondo in cui le nostre proiezioni non chiariscono, non fanno luce, come si può pensare che per qualche strano accidente del destino possiamo vincere la sfida con i mutanti? Siamo come carovane di nomadi che si muovono su un terreno liscio, non segnato da strade, in un orizzonte sempre in movimento. Ci muoviamo in carovana, da un punto al punto successivo, senza lasciarci ingannare dall'orizzonte in movimento, senza preoccuparsi tanto del vestito che indossiamo (quello che funziona meglio contro il caldo e il freddo va bene), ma soprattutto fermi nel non lasciarci mai andare alla disperazione quando l'acqua manca e l'oasi non è nel posto segnato dalla mappa. Vivere senza mappe può essere alienante per chi ha bisogno di una mappa per orientarsi. Vivere con questo senso di povertà antropologica può essere faticoso, ma è certamente meglio dell'iperattivismo antropologico dei mutanti. Questa la chiave antropologica di Web 2.0.

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Moreno Tiziani - professioneantropologo.it
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