In morte della curiosità antropologica. Un pianto freddo e distaccato restando comodamente seduti, dietro pile di libri che parlano di un passato storico di una disciplina in crisi e giunta ad un punto di svolta. Una disciplina che nei suoi strati più elevati pare essersi sedentarizzata ed appiattita, che produce riflessioni acute, ma stanche, che hanno visto e rivisto percorsi sempre identici. Il tentativo ambizioso delle nuove leve dell’antropologia, specie in area francese e anglo-americana, è stato accolto con reazioni controverse e contraddittorie dalla comunità scientifica radicata e patriarcale, che però sta riducendo i suoi membri arrivando all’esaurimento delle risorse umane dell’
ancien idealisme scientifique.
Un inquietante quanto inspiegabile fenomeno si è fatto strada tra la fine del Novecento e l’inizio del Terzo Millennio: la riflessività statica, un incessante bisogno di riassumere e fare il punto della situazione sulla disciplina, e intanto il mondo andava avanti e mutava. L’antropologia e gli antropologi si sono persi qualcosa? Prendendo le mosse da interrogativi come questi i più coscienziosi e autocritici scienziati sociali si sono rimboccati le maniche mettendosi in gioco e provando a capire dove si è persa l’antropologia in questi ultimi anni, riflettendo sulla sua produzione non sempre decisamente innovativa.
Catturati dall’urgenza del fenomeno globale molto di quel mondo ‘altro’ ci è sfuggito di mano, è passato in secondo piano continuando a vivere di vita propria e quando ce ne siamo accorti lo abbiamo trovato cambiato, ma raramente ci si è soffermati a pensare quel ‘mutamento’, se c’è stato e quali sono state le sue dinamiche.
In quel frangente ogni elemento oggetto d’indagine dell’antropologia, quando non viene più individuato nella sua forma pulita e originale, viene depennato dalla lista sul taccuino: un problema in meno. Com’è possibile che nell’era della globalizzazione, un fenomeno preso con le pinze dagli antropologi talvolta anche snobbato con forza, si ricerchi la forma pura
tout-court, senza preoccuparsi troppo di sviscerarla e liberarla dal groviglio globalizzato?
Si sa, il multiculturalismo non è il piatto preferito dell’etnologo di professione versione proto-antropologica, genera confusione si fa fatica ad identificare i tratti culturali propri; più che al loro punto di fusione sembra si presti attenzione al risultato finale. Ci si è ritrovati nel bel mezzo di queste correnti. Con l’ausilio strumentale della black box si osserva l’input, l’output e quel che è accaduto nel mezzo si ipotizza. Certo, avendo poco tempo a disposizione e volendo fare un’analisi superficiale ci si può affidare a questo mezzo, ma la metodologia delle scienze sociali non insegna propriamente questo se si vuole fare uno studio approfondito.
Tre campi in particolare si sono distinti per il tentativo a lunga scadenza di ridefinire la disciplina, nelle sue diverse ramificazioni, con giudizio e sistematicità: l’antropologia della parentela, i
gender studies e l’etnografia visiva.
L’antropologia della parentela e i
gender studies si sono incontrati spesso negli ultimi tempi per ripensare alcuni temi-chiave della riflessione antropologica come, ad esempio, l’istituzione del matriarcato e le dinamiche del potere gineco-centrato. Giusto perché il matriarcato
non esiste più allora non bisogna più parlarne, anzi, meglio porvi un tabù scientifico-linguistico che veicoli la semantica della comunicazione nelle scienze antropologiche che osano sfidare le poderose voci di un’inconsistente verità. A quale pro?
Il matriarcato così come lo intendeva Bachofen è chiaro che non esista più, ma non è detto che la sua forma non sia mutata, che abbia cambiato consistenza e destinatario e soprattutto - verrebbe da dire – obiettivi. Il matriarcato moderno, nella sua evoluzione, è persino oggetto di studio a se stante in paesi dove l’autocritica scientifica è la linfa vitale delle scienze stesse e in antropologia più che mai ce n’è bisogno (per esempio si consulti il sito
http://www.hagia.de/en/ e il numero di settembre 2006 di GEO su questo tema). Così come si effettuano
restudies per controllare e verificare empiricamente il mutamento o l’evoluzione socioculturale di una comunità studiata in passato, a volte con feedback sistematici preparati a tavolino, sarebbe opportuno verificare lo stato delle definizioni più arbitrarie della disciplina – dove per arbitrarie intendo quelle definizioni che nel corso dei quasi due secoli di vita dell’antropologia culturale hanno subito un mutamento semantico significativo e continuano a subirne; la definizione stessa di cultura fa da apripista a questo affascinante scenario.
Il nostro oggetto-soggetto di studio cambia continuamente e la cultura che è prodotto della sua esperienza si evolve alla velocità del suo pensiero con impressionanti conseguenze. Le società tradizionali, nella loro tradizionalità, talvolta, hanno subito dei piccoli mutamenti interni, ma la registrazione di questi fenomeni di mutamento avviene spesso con ritardi a volte ingiustificati nella ricerca scientifica.
L’altro tentativo ambizioso è stato intrapreso dall’etnografia visiva, in particolare quella di area francofona. All’ultimo
Colloque du Film ethnographique, tenutosi dal 25 al 27 marzo 2006 a Parigi, si è cercato di fare un bilancio del rapporto tra antropologia visiva e cinema etnografico, riflettendo sui mutamenti della disciplina e concentrandosi su nuovi campi d’indagine e strumenti metodologici, nell’era della globalizzazione, esplorando nuovi mezzi di comunicazione come la Rete.
Questi sono solo alcuni degli esempi più significativi del tentativo di ridefinire l’antropologia e le sue definizioni in un’ottica aggiornata, tenendo desta l’attenzione sui mutamenti del proprio oggetto-soggetto di studio e cercando di evitare l’errore di fossilizzarlo imprigionandolo in un passato recente che rischia di cristallizzare e impedire una sana evoluzione teorica disciplinare.
L’obiettivo di lungo periodo è quello di coinvolgere quante più antropologie mondiali possibili in questa grande tavola rotonda alla fine della quale trovare nuovi stimoli nella ricerca. L’antropologia italiana, in questo processo, come intende ridefinirsi?
Maria Chiara Miduri