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L'Iran vieta di girare a Bahman Ghobadi
Il manifesto del 07 Febbraio 2007, Orsola Casagrande
Censure. Il regista, in una lettera, accusa il suo paese di discriminarlo perché kurdo
Bahman Ghobadi, il regista kurdo-iraniano, autore de "Il tempo dei cavalli ubriachi", "Marooned in Iraq" e "Turtles can fly", non potrà più girare i suoi film in Iran.
Lo ha stabilito in questi giorni l'ufficio cinema del ministero della cultura iraniano.
Ghobadi ha scritto una lettera denunciando questa decisione, definendola «priva di senso».
Il regista ha anche aggiunto che il «divieto di farmi girare in Iran è legato alle mie origini kurde».
Il suo ultimo film, "Nive Heyve", ("Mezza Luna"), premiato come miglior film al festival di San Sebastian, è stato vietato in Iran perché giudicato un film separatista.
E anche se non c'è una motivazione nella decisione espressa e pubblicata dal ministero della cultura iraniana, Ghobadi è convinto che tutto dipenda dalla sua identità kurda.
Il regista ha sottolineato di aver letto, qualche tempo fa,
«che l'ufficio pubbliche relazioni del dipartimento cinema del ministero della cultura aveva annunciato che i miei lavori non rientravano negli interessi del ministero stesso. È la prima volta dalla rivoluzione islamica del 1979 che viene imposto un simile divieto».
Divieto di cui il ministero avrebbe verbalmente negato l'esistenza allo stesso Ghobadi, che si era attivato per chiedere la revoca della messa la bando.
«Quando però ho chiesto - ha sostenuto - di scrivere e ufficializzare che si era trattato di un fraintendimento, mi è stato detto che non era possibile. In realtà, mi veniva impedito di lavorare».
Il regista ha poi ripercorso il travagliato itinerario del suo ultimo film. «All'inizio mi era stato consigliato di non girare il film in kurdo. Da quel momento - ha detto - ho cominciato ad avere la sensazione che i problemi fossero appena iniziati».
A film ultimato ci sono stati i problemi con la censura.
«Nonostante avessi fornito le versioni ridotte del mio lavoro - dice Ghobadi - i censori ci mettevano mesi prima di rispondere e alla fine il film è stato vietato».
Ora il regista non potrà girare il suo nuovo lavoro in Iran. E questo nonostante il film non parli né di kurdi né di Kurdistan. Infatti il nuovo progetto doveva essere girato a Tehran, ma l'ufficio cinema del ministero non ha rilasciato i permessi.
E a questo punto, il regista ha detto di essere pronto ad «andare in un altro paese a lavorare».
Ghobadi ha concluso la sua lettera al ministero dicendo che «come regista kurdo iraniano di fama internazionale sono rimasto in silenzio, nonostante il mio lavoro sia stato bloccato per mesi. Ma questo silenzio ha permesso ai gentiluomini della censura e del ministero di diventare più spietati.
Voglio ricordare a quei signori che, secondo la nostra Costituzione, nessuna persona, organizzazione, istituzione può negarmi il diritto ad esercitare la mia professione».
Durissimo nel finale, Ghobadi accusa il dipartimento cinema di «discriminarmi in quanto kurdo. Ma io non dimenticherò, né dimenticherà la storia. Perché è il tempo il giudice più autorevole. E la storia di questo paese e del suo cinema alla fine giudicherà come futili i vostri tentativi di condizionare e far convergere le menti di artisti come me verso quello che voi ritenete giusto».
Ghobadi ha scritto anche che «se l'ufficio della censura e il ministero della cultura continueranno a rifiutare il permesso di girare il mio nuovo film, me ne andrò a girare per le strade di Tehran, e dovranno essere loro a requisire i miei strumenti di lavoro, così potrò vedere in base a quale legge fasulla spezzeranno le braccia della mia telecamera e chiuderanno gli occhi al mio film».
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