Anthropos per UIKI ONLUS
I testi e le immagini riprodotti sono di proprietà di © uiki onlus, che per gentile concessione ha autorizzato la pubblicazione dei suoi bollettini.

L'assassinio di un armeno turco


 

L'assassinio di un armeno turco

Il giornalista Hrant Dink, freddato da un killer a Istanbul mentre usciva dal suo giornale tre colpi alla testa.
Così è morto ieri l'uomo coraggioso che amava il suo paese ma rivendicava anche la sua identità multipla e a causa di questo era stato processato e condannato per «insulto all'identità turca».
Le parole dell'ultimo articolo di Hrant Dink, pubblicate ieri mattina sul settimanale che dirigeva, Agos, gelano il sangue nelle vene.
Quel pezzo è il tragico testamento di un uomo che si sentiva braccato, ma che restava caparbiamente aggrappato alla sua libertà.
Hrant Dink aveva 53 anni.
E' stato freddato ieri pomeriggio con tre colpi di pistola alla testa. Era appena uscito dalla sede del suo giornale.
Il killer (forse i killer, tre persone sospettate sono state fermate e trattenute ieri sera dalla polizia) l'ha forse chiamato per nome. Oppure lo hanno semplicemente raggiunto alle spalle e hanno fatto fuoco. Dink non aveva scorte.
Viveva con la sua paura, come confessa nell'articolo che pubblichiamo.
Un uomo aperto, cordiale, sempre disponibile.
Un giornalista coraggioso che amava il suo paese, la Turchia, ma rivendicava la sua identità multipla.
Un armeno di Turchia. Così si definiva ed è stata proprio questa definizione a costargli la prima denuncia per insulto all'identità turca.
Il tribunale di Urfa aveva aperto un procedimento penale nei suoi confronti nel 2002. Lo accusava di aver denigrato l'identità turca. Un'accusa che Dink, come lui stesso raccontava, non aveva preso troppo sul serio.
All'inizio. Lui, uomo che si era battuto da sempre contro le ingiustizie, le discriminazioni, come poteva essere accusato di razzismo?
Ma poi, dopo Urfa, c'è stata Istanbul, e un nuovo procedimento penale contro di lui. Per la stessa accusa, offesa dell'identità turca.
Anche all'inizio di questo processo Dink si era detto ottimista. In fondo, aveva dichiarato anche a il manifesto prima della sentenza, «non credo davvero che il procuratore capo possa accusarmi di aver insultato la turchitudine. I miei scritti sono chiari, e i magistrati sono persone che hanno una laurea».
La fiducia e l'ottimismo di Dink però furono ben presto schiacciati dalla pesante sentenza pronunciata nei suoi confronti: sei mesi di carcere, pena sospesa.
Il giornalista e scrittore ha ricevuto la solidarietà di molti intellettuali in Turchia. Meno all'estero.
Ci è voluto il processo (in quel caso aperto e subito archiviato) a Orhan Pamuk, nel dicembre del 2005, perché in Europa (in ambito istituzionale e politico) si cominciasse a parlare di libertà di pensiero violata in Turchia.
L'articolo 301 del codice penale, quello che recita appunto le pene per chi venga (tra le altre cose) ritenuto colpevole di offesa all'identità turca, è diventato tardivamente oggetto di discussione anche al parlamento europeo.
La Ue che tiene tanto all'ingresso della Turchia ha cominciato a porre paletti ai negoziati.
E uno dei paletti riguarda la modifica dell'articolo 301. Che per la verità è già una modifica (solo nominale) del vecchio articolo 316 del codice penale.
Il premier Recep Erdogan ha detto che non c'è poi così tanto da cambiare in quell'articolo e il ministro della giustizia Cemil Cicek ha ribadito che si sta facendo tanto rumore per nulla.
Hrant Dink però aveva messo in guardia sulle conseguenze di condanne come la sua.
Perché ogni persona, scrittore, giornalista, artista, contro cui viene aperto un procedimento penale per l'articolo 301 deve subire un linciaggio mediatico spaventoso.
Lo stesso che Dink ha denunciato, anche nel suo ultimo pezzo.
In occasione di ogni udienza (e alcuni di questi processi durano anni) viene vomitato veleno contro gli imputati da parte dei circoli nazionalisti o meglio di quelle che Dink chiama le 'forze profonde', nascoste, lo stato nello stato.
Viene costruito ad hoc il nemico del popolo turco, che poi è puntualmente dato in pasto agli istinti nazionalisti più integralisti.
Vengono indicati dalle forze profonde gli obiettivi da colpire.
Ieri, sotto il fuoco di questa cieca violenza, è caduto Hrant Dink. Ma sono decine gli intellettuali assassinati, feriti o che vivono sotto costante minaccia da parte di gruppi più o meno organizzati.
Perché non sono necessariamente pianificati a tavolino questo omicidi. Anzi spesso sono compiuti da persone isolate, spinte verso il loro obiettivo da mani che sanno perfettamente dove puntare la pistola.
Ieri sera una folla di amici e persone comuni si è radunata nella piazza di Taksim a Istanbul per rendere omaggio a Hrant Dink.
Nei prossimi giorni sono in programma molte altre iniziative.
Il presidente del consiglio Romano Prodi sarà in Turchia, in vista ufficiale, il 22 gennaio. Non dimentichi che la guerra contro i kurdi continua. L'avvocato Behic Asci è in fin di vita, nel suo appartamento di Istanbul, dopo quasi trecento giorni di sciopero della fame per protestare contro le carceri di tipo F.
Hrant Dink è morto per aver scritto e parlato di fratellanza tra i popoli.
Decine di intellettuali sono sotto processo per le loro idee.

Per ulteriori informazioni e materiale: "www.uikionlus.com"

 

Torna all'indice della sezione, alla comunità di Anthropos o visita UIKI ONLUS

I testi e le immagini riprodotti sono di proprietà di © UIKI ONLUS, che per gentile concessione ha autorizzato la pubblicazione dei suoi comunicati.