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Tiziopocoprofessionale
A. ramidus


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20 Gen 2010 - 11:09 |
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| Oggetto: Sull'olismo culturale |
Leggendo quà e là, nonché nella discussione precedente, mi ha incuriosito la tematica dell'olismo in antropologia e internet non è riuscito a fornirmi una risposta che vada oltre le 3 righe ed una vaghissima trattazione quindi mi appello a voi per un chiarimento.
Cos'è esattamente l'olismo in antropologia? Si può, e in che modo, considerarla una teoria "debole"?
Grazie. |
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futis
A. afarensis


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23 Gen 2010 - 13:43 |
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Olismo deriva da olos, ossia tutto, intero. L'olismo è una prospettiva epistemologica che vede i sistemi, oggetti di indagine di diverse discipline (menti, organismi, società, culture, ad esempio), come qualcosa di maggiore rispetto alla somma delle parti che li compongono. Questo porta a dire che le proprietà globali di un sistema sono irriducibili alle proprietà dei suoi sub-componenti, qualcosa di più delle somma delle sue parti costituenti. Ad esempio, la mente è qualcosa di più del sistema cerebrale, la società è qualcosa di più degli individui che la compongono, la cultura è qualcosa di più della somma dei comportamenti individuali culturalmente indotti.
L'origine del concetto pare sia degli anni 20, in concomitanza con la teoria dell'evoluzione emergente in contrapposizione con il meccanicismo. Il passaggio interessante è sostenere che dall'aggregazione di elementi si ottiene un intero che ha caratteristiche che non sono presenti negli elementi componenti. Qualcosa quindi emerge (emergentismo). Vuol dire partire dall'idea che tra mondo organico e inorganico esista una differenza fondamentale e irriducibile. Ciò porta al dualismo, o al trialismo anche (tipo Popper).
La voce Holism su wiki inglese è fatta benino secondo me http://en.wikipedia.org/wiki/Holism
L'antropologia è una disciplina tradizionalmente olistica, punta cioè a studiare l'uomo nella sua interezza. Ciò la rende, a mio parere, molto interessante, ma ne provoca anche continue fratture (sub-discipline ad ogni angolo) rendendo il modello olistico ormai obsoleto. Di fatto l'intero è ridotto in tanti pezzettini, e l'iperspecializzazione accademica fa diventare quel pezzettino l'intero. Da più parti l'olismo viene ritenuto fumoso, perchè spesso produce una retorica fiacca e sempre uguale, con dei leitmotiv che alla lunga (ma anche alla corta) stancano chiunque.
E' anche vero che in molte parti del mondo vanno avanti, e non girano sempre in tondo come da noi. Il dibattito si è spostato dall'asse olismo-individualismo a quello che concernente agenzia, struttura, azione, interazione, comportamento, e altri diversi concetti che provano ad affrontare il rapporto tra tutto e parti, testi e contesti, in maniera meno ideologica e un pò più aperta.
E si arriva alla "debolezza" dell'olismo. Certo, tanto forte non è. Dipende sempre con chi ci si confronta, ma uno dei limiti dell'olismo è che tira in campo un mucchio di questioni, di circonlocuzioni, di costruzioni giustificative le cose "complesse" senza, almeno apparentemente, riuscire ad andare molto avanti. Si scontra con il filone della scienza riduzionista e materialista, diciamo.
Un esempio di antropologia culturale materialista riduzionista, seppur con i dovuti distinguo, è Sperber "Il contagio delle idee". Mi piacerebbe vedere quanti docenti lo consigliano come lettura in Italia.
Spero di non aver fatto più confusione che chiarezza. |
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Tiziopocoprofessionale
A. ramidus


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  Inviato:
23 Gen 2010 - 19:39 |
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Chiarezza ne hai fatta ma resta ancora qualche dubbio, specie sulla mia domanda sulla debolezza dell'olismo.
Forse non ho colto io quel che intendevi o forse ho dato per scontata la definizione filosofica di teoria forte/debole, per non lasciare dubbi spiego: che si parli di filosofia della conoscenza, ontologica o della scienza si ha una teoria forte quando questa pretende di dare ragione di tutti i fenomeni presi in considerazione o di raggiungere la Verità (con la V maiuscola, eh ) mentre se ne ha una debole quando, per lo più scontrandosi contro i limiti conoscitivi dell'essere umano, si rinuncia alla somma verità o alla "tuttologia" e ci si "accontenta" di risultati più ristretti [es. ogniuno ha la sua verità personale e non può raggiungere a quella assoluta, l'uomo non osserva mai obiettivamente il mondo quindi non possono esistere teorie scientifiche obiettive etc.].
Ora, leggendo il tuo intervento, mi sembra che l'olismo in antropologia sia più forte che debole se unendo vari campi e discipline punta a restituire l'"uomo totale" (per riprendere Levi-Strauss ), mentre deboli mi appaiono i recenti sviluppi che, come tu mi dici, ne hanno preso il posto. Ho capito male o le cose starebbero così? |
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futis
A. afarensis


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  Inviato:
23 Gen 2010 - 20:22 |
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He, sommamente interessante questa cosa.
Allora. Partiamo dalla concezione forte/debole di una teoria: dal mio punto di vista siamo nell'ambito dell'epistemologia (credo che per te sia filosofia della conoscenza, ma correggimi se sbaglio), quindi si parla dell'indagine attorno al modo in cui produciamo e riconosciamo la conoscenza (riflessioni sul metodo che adottiamo, sulle giustificazioni che diamo a ciò che argomentiamo, alla logica della scoperta, alla solidità degli impianti dimostrativi, parlando in generale.
Detto questo, una teoria (o un modello) è più forte di un altro quando permette di raggiungere degli obiettivi esplicativi, o descrittivi, a ttorno ad un fenomeno, rispettando determinati criteri: ad esempio una teoria X è più forte di una teoria Y quando per spiegare lo stesso fenomeno z usa una maggior economicità esplicativa, presupposti chiari e coerenti, asserti controvertibili, ambia base osservativa, ecc ecc Inoltre, è più valida se si collega con teorie e asserti di altri campi di indagine affini, riuscendo anche a permettere un pò di traducibilità dei termini usati nel vari ambiti.
Esempio: una teoria della cultura che provi a spiegare come la cultura sia distribuita nella popolazione, come evolvano i concetti e come questi concetti informino l'azione umana, e faccia questo coinvolgendo studi di biologia, antropologia, psicologia e economia, all'interno di un paradigma evoluzionistico, ad esempio, è considerata nella comunità scientifica come più forte (o solida) di un'altra, magari interna ad una sola disciplina, che impiega discorsi piuttosto nebulosi, scarsamente defniniti, e inutilizzabili in altri ambiti, per rendere conto di un ipotetico costrutto "cultura" non meglio definito. (E' quello che succede con certa antropologia culturale olistica Vs certa antropologia materialistica à la Sperber).
Quello che tu dici, molto interessante, a mio modo di vedere le cose è inerente al discorso sul relativismo, più che sull'olismo. Cioè: esiste una unica Verità, a cui la Scienza punta, oppure esistono verità contestuali e culturalmente costruite che dipendono da tutta una serie di fattori intervenienti?
La questione è squisitamente filosofica e in tal dominio va affrontata. Che il mondo sia variabile empiricamente lo sanno tutti, ma qui si sta parlando di verità di ragione, non di fatto. Certo il relativismo e l'olismo possono essere collegate attraverso la filosofia della conoscenza.
Se non ricordo male, uno degli ideali di scienze più potenti del Circolo di Vienna, positivismo, era quello dell'unità della Scienza. Il programma riduzionistico punta a spiegare i fenomeni complessi come composizione di fenomeni più semplici. I riduzionisti ti dicono che è solo questione di tempo per giungere un giorno a spiegare il comportamento del cervello a partire da asserti, cioè preposizioni linguistiche, proprie della scienza chimica/fisica.
Il passaggio è quindi il seguente: la cultura è prodotta dagli uomini (antropologia culturale) -- il motore di questa produzione è il cervello (antropologia cognitiva) -- il cervello è materia biologica organizzata sottoposta a evoluzione (neurobiologia cognitiva) -- la materia biologica è di origine chimica (biochimica) strutturata secondo le leggi della natura (biofisica)
Questo è il cosiddetto programma di naturalizzazione delle scienze umane. Ed è uno dei motivi che legittima alcuni fisici/biologi di formazione a parlare di "cultura". Certo è un ideale regolativo, ma come tale è molto forte.
Il problema dell'olismo è che conduce a moltissime subdiscipline, visto che per motivi metodologici e cognitivi l'uomo (attuale per lo meno) non può trattare più di un aspetto per volta di ciò che studia. Quindi spezzetta la realtà e poi la ricompone, lasciando sempre indietro qualcosa.
I riduzionisti ritengono che tutta questa proliferazione subdisciplinare sia illusoria, al massimo valida per moltiplicare le cattedre: dal momento che l'obiettivo è ridurre le teorie olistiche con metodi riduzionisti (spesso identificati con quelli scientifici tout court) basterebbe far studiare molta più matematica, biologia, fisica, neuroscienza, e sistemi di modellizzazione: la scienza antropologica olistica cadrebbe nel dimenticatoio, perchè altri modelli riuscirebbero a spiegare meglio perchè le società umane sono come sono e gli individui si comportano come si comportano.
Quello che tu dici paga un pò lo scotto della cosiddetta fine della metafisica e della crescita dei paradigmi postmoderni. Fine del fondazionalismo, problematizzazione del rapporto fra apparenza e realtà (altro tema chiave quest'ultimo...la realtà è UNA o ognuno ha la sua, soggettiva? o entrambe) mi pare sia la questione del post Nietzsche.
Sull'unità dell'uomo prende posizione l'antropologia filosofica con il lavoro di alcuni autori. certo c'è molto da fare, perchè l'uomo può essere analizzato da molteplici livelli di analisi. Tutto sta a capire in che rapporto stanno questi livelli. L'olismo dice che sono autonomi, il riduzionismo il contrario. Poi c'è chi parte dal presupposto che l'uomo ha una natura trascendente, o che è materia organizzata attorno al "significato" (altro tema chiave).... come vedi, per fortuna, c'è ancora parecchio da divertirsi!  |
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Tiziopocoprofessionale
A. ramidus


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  Inviato:
24 Gen 2010 - 14:08 |
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La discussione si fa dannatamente interessante.
Dunque, per cominciare si, la chiamiamo filosofia della conoscenza anche se il termine epistemologia è usato ambiguamente sia come, appunto fil della conoscenza che come filosofia della scienza. Stando almeno ai miei studi [alquanto limitati,ahimé, al momento] quel che tu intendi come teoria forte e debole lo ritrovo come teoria valida/"buona" nei paradigmi sulle teorie scientifiche. Non posso fare a meno di rimanere affascinato da questi fraintendimenti disciplinari.
Se tuttavia l'antropologia si espreime con questi termini allora temo che la mia domanda cada un po' nel vuoto salvo cambiare un po' le carte in tavola e trascendere dall'ambito strettamente disciplinare. A proposito, quanto hai detto sul riduzionismo mi ricorda molto una conferenza (tanto interessante quanto divertente) a cui assistetti uno o due anni fa in cui Sergio Moravia ignorò del tutto l'argomento di cui avrebbe dovuto parlare per fare una lunga invettiva contro i riduzionisti.
Per quanto riguarrda quanto ho scritto prima... Ebbene sì, sono nel postmoderno fino al collo, molti dei miei interrogativi attuali vengono dagli assunti di questa impostazione, superata o no che sia però preferisco analizzare la cosa personalmente e farmi le mie idee piuttosto che scartare la cosa perchè "superata". Il mio esempio sulla Verità comunque voleva essere solo un esempio per cercare di spiegarmi, so che fare discorsi del genere in ambienti positivisti possa essere pericoloso per la salute purtuttavia non mi sembra che ontologia e metafisica vadano espunti a priori dall'ambito delle scienze solo resi un po' flessibili ed adattati ai rispettivi ambiti di interesse [anche perché se escono dalla porta rientrano dalla finestra, vedi le teorie dei relisti di vario genere nel dibattito sulle scienze della natura che a ben guardare discutono di metafisica bella e buona].
Tornando alla questione dell'olismo mi resta un solo dubbio: la proliferazione delle subdiscipline e la mancanza di una visione d'insieme dovuta all'eccessiva mole di quest'ultime è da considerarsi uno sviluppo perverso che ha tradito gli intenti iniziali, che aspiravano appunto ad una visione d'insieme, o era già scritto nella stessa fondazione del paradigma? |
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futis
A. afarensis


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  Inviato:
24 Gen 2010 - 15:49 |
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Credo che nel contesto filosofico "debole" sia collegato al "pensiero debole" di Vattimo, cioè debole in quel senso, contrapposto a forte nel senso di Verità. Hai ragione sul fatto che i termini corretti per riferirsi alle teorie scientifiche sia "valide", sinonimi di ben corroborate (il mio prof di epistemologia usava "teorie mature", che enfatizzava il farsi della teoria stessa, il lavorio continuo della comunità scientifica per far crescere, sviluppare, maturare questo prezioso costrutto che è una teoria). Sono piccoli spostamenti di significato molto interessanti, potrei dedicarci ore
Non è che sia l'antropologia a esprimersi in questo modo, sono io che mi esprimo così Nel senso che se chiedi a dieci cultori di antropologia culturale di queste cose, avrai un pò di sovrapposizione e parecchie contrapposizioni rispetto a come la vedo io. Per fortuna, tra l'altro.
Sparare sui riduzionisti è, dopo il calcio, lo sport nazionale. Non ho mai capito perchè. La trovo una battaglia molto emotiva, tra l'altro. ognuno dovrebbe perseguire la strada che vede più valida, e confrontare ciò che trova con spirito critico e un pò di distacco. Invece tutti hanno bandiere da difendere.
Più che altro mi interessa la cosiddetta filosofia della mente, e lì dentro trovi veramente di tutto, delle battaglie epiche tra filosofi, biologi, scienziati cognitivi, fisici e informatici. Uno degli ambiti a mio modo di vedere più interessanti del momento, con amplissime ricadute per tutta la scienza antropologica.
Sono d'accordo sulla metafisica. La spingi fuori dalla finestra, rientra dalla porta. Il cosiddetto "realismo ingenuo" ne è intriso, solo che non lo sa. L'ontologia è una grande assente, mi pare: come facciamo a discorrere su come conosciamo il mondo se non discorriamo attorno a cosa c'è al mondo rispetto il nostro sistema di riferimento? Mi sembra una domanda legittima, ma se la fai ad un epistemologo rischi di essere cacciato dall'aula...l'ontologia non è molto di moda. Che ne pensi? Sarà il clima "scientista"?
Questa cosa un pò mi irrita, allora metto anche il link http://it.wikipedia.org/wiki/Ontologia
Mai nulla è superato, semmai viene rivisitato e ricontestualizzato. Dal mio punto di vista trovo il postmodernismo molto interessante per alcuni sviluppi nelle scienze umane, anche se alcune prospettive molto estreme e accademicistiche non sono facili da digerire, generano un pò di rifiuto di primo acchito.
Il dubbio finale rende dubbioso anche me. propenderei però per la seconda ipotesi: se nelle premesse assumi il "tutto" nelle conclusioni ti trovi di tutto (povero sillogismo aristotelico...spero di farmi capire). Non credo perciò che la frammentazione dell'antropologia sia uno sviluppo perverso: è la logica conseguenza del modo di procedere olistico della disciplina. Abbiamo allora l'affrontare il comportamento economico in chiave antropologica (antropologia economica), la psicologia dal punto di vista dell'antropologia psicologica, le relazioni uomo-ambiente dal versante dell'antropologia ecologica....e così via. Questo è l'esito naturale dell'olismo in antropologia, la balcanizzazione della disciplina (passami il termine). Poi c'è chi alza pure i muri, e la buona intenzione di perseguire l'unità dell'uomo va su per il camino  |
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