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adam
A. ramidus


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27 Giu 2009 - 10:47 |
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| Oggetto: Dischi bronzei di Auronzo di Cadore (BL) |
Dischi bronzei di Auronzo:
Questi sono i due dischi bronzei, votivi, trovati sul Monte Calvario di Auronzo di Cadore (BL) :
e esposti al museo di Auronzo:
http://www.comune.auronzo.bl.it/Mete%20 ... 15-12.aspx
questa è una elaborazione dell’archeologa Giovanna Gangemi:
Da: I Veneti dai bei cavalli
qui li trovate entrambi con varie elaborazioni (studi e parziali ipotesi interpretative):
http://www.centrostudilaruna.it/forum/v ... .php?t=644
http://www.raixevenete.com/forum_raixe/ ... IC_ID=6119
potete aiutarmi a interpretarli più compiutamente ?, in particolare:
1)
Sul senso complessivo e antropologico di ognuno;
2)
Sul significato delle due figure rappresentate: una maschile e una femminile;
3)
Su come intendere questo particolare morfo-geometrico (in alto a destra che pare quasi una finestra o una sega):
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ponera
A. afarensis


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28 Giu 2009 - 13:04 |
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Caro Adam il tuo messaggio mi incuriosisce. Poichè il prossimo mese mi recherò a Cortina d'Ampezzo andrò a visitare il museo e poi ti relazionerò le mie impressioni.
Un salutone da Gios. |
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Silvano
A. afarensis


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29 Giu 2009 - 23:33 |
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Mamma mia. Adam due cose:
a) per favore, invece di fare questi post- collage presi in giro per la rete prova a argomentare articolando una discussione sensata.
b) lascia stare, e scappa lontano, da questo modo di procedere dilettantesco. Non si va da nessuna parte procedendo per accumulazione di somiglianze formali a destra e manca senza un minimo di spirito critico. Ho dato una scorta anche al post de Il Centro studi la Runa (e daje)
La bibliografia su quei dischi è giustamente corposa. Sono una testimonianza importante su cui è stato scritto molto (potresti sfogliare i "Quaderni di Archeologia del Veneto"). Io non li ho seguiti apposta ma me li sono trovati davanti spesso. A memoria ti consiglierei di spulciare gli "Annali di S. Michele", nonchè leggere questo bel saggio qui di uno straordinario studioso comparativista che negli ultimi 10 anni si è dato un bel da fare con ottimi studi: Carlo Donà, accademico di professione filologo-foklorista. Ha proposto, purtroppo senza dilungarsi troppo, una nuova interpretazione che andrebbe meglio corroborata (ma comunque interessante):
Approsimazioni al lupo mannaro medievale, in "Studi Celtici", 4, 2006. Pdf gratuito qui http://www2.lingue.unibo.it/studi%20celtici/7-Donà.pdf |
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adam
A. ramidus


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  Inviato:
30 Giu 2009 - 11:02 |
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Caro Silvano
ti ringrazio dei consigli e del materiale di Carlo Donà.
Mi sono visitato tutti i musei che contengono i dischi: Treviso, Auronzo, Portogruaro, Ponzano, ecc.
Le foto dei dischi sono fatte da me, nei musei o traendole con lo scanner dai testi.
Ho tutti (o quasi) i testi degli accademici, con quello che costano.
Dalla rete ho preso soltanto quello che è mio e altro non mio di appunti sugli sciamani, sulle piante, sugli animali.
Ho messo insieme del materiale come appunti (per tutti), sperando nel contributo anche di altri, ma di contributi non ve ne sono stati molti, quasi nessuno (i più amano prendere e poco dare, specialmente gli italiani che della solidarietà e di certa "cultura professionale" ne hanno fatto dei mestieri furbi).
Nella rete, quello che si trova di consistente e liberamente consultabile, sui dischi e sulla scrittura venetica l'ho postato io personalmente (sia nel sito della Runa sia in quello di Raixevenete), non altri, proprio per informare e sperando in un contraccambio/ausilio che finora non c'è stato.
Non so a che cosa tu ti riferisca con l'attributo "dilettantesco"!
Sulle lingua venetica mi sono accorto che i dilettanti sono proprio gli accademici (i professionisti?) che finora non hanno ancora interpretato le iscrizioni venetiche.
Finora ho raccolto materiale, azzardando qualche ipotesi ... non ho teorizzato alcunchè come hanno fatto altri, senza poi raggiungere alcun risultato concreto, a parte talune teorizzazioni assurde e sterili e la buona catalagozione-indicizzazione delle iscrizioni fatta per esempio anni fa dal Prosdocimi e la decifrazione fonetica della grafia venetica nelle sue variazioni territoriali e temporali.
Abbi la compiacenza di essere più preciso e di ringraziare chi mette a disposizione a gratis dell'ottimo materiale con parecchi spunti di riflessione, senza pretese e senza assumere atteggiamenti accademici di superiorità e magari adoperando la lingua veneta (secia anzichè situla) anzichè il gergo colto in latino o in greco che mi fa semplicemente ridere, poichè spesso non serve a mascherare la propria abissale ignoranza (anche perchè molti di questi hanno la puzza sotto al naso e fanno sfoggio di latino e greco per poi disprezzare le lingue/linguemi naturali delle genti (i dialetti).
Personalmente valuto i "professionisti" in base ai risultati più che sui titoli vantati, di cui ho smesso da un pezzo di impressionarmi.
Leggo che scrivi da Pordenone, terra veneto-furlana o furlano-veneta ... spero tu sia autoctono e se si forse ti potrebbe interessare il materiale che ho postato sull'etimologia dei toponimi Tolmezzo, Gravo/Grado e Aquileia.
Fammi sapere se sono di tuo gradimento.
Ciao. mandi! |
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adam
A. ramidus


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  Inviato:
30 Giu 2009 - 13:37 |
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Oggi sono particolarmente felice perché, grazie a Silvano da Pordenone (antropologo) ho avuto questo studio del filologo Carlo Donà in cui si cita la raccolta di fiabe cadorino-fassane di Hugo de Rossi, in una delle quali si trova nominata Reitia, il teonimo femminile delle iscrizioni venetiche, nella variante cadorina come Reza.
Questo è il pdf dello studio del professore Carlo Donà:
http://www2.lingue.unibo.it/studi%20celtici/7-Donà.pdf
Questo è l’ennesimo esempio della continuità etno-linguistica, della conservatività dei dialetti, della continuità preistorico-protostorica-storica della lingua dei veneti (variante ladina, la più conservativa) e di molte altre lingue italiche.
È più che certo/evidente che Reza non viene dal latino e che non è voce romanza o neolatina.
Grazie ancora a Silvano da Pordenone. |
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Silvano
A. afarensis


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  Inviato:
30 Giu 2009 - 22:25 |
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Caro adam,
Non sono un antropologo ma un (al momento) appassionato di folklore & co che ha scritto una tesi sull'Uomo Selvatico (che sto continuando a portare avanti). Mi sembra di comprendere quello che scrivi nonchè le tue aspirazioni. Purtroppo giochiamo su piani diversi: a me il materiale che hai messo vicino mi sembra dilettantesco, ed ho spiegato in quattro righe il perchè. Devi essere una persona molto interessante da conoscere ma non voglio imbarcarmi con te in nessuna crociata online tipo "Teoria Romanza", per intenderci Sappi solo che (e lo sai se hai capito chi so) trovo interessante Alinei & Co, ma sicuramente da ridimensionare (ho usato e criticato alcuni loro lavori).
Riguardo a Reza-Ritia, nente di nuovo sotto il sole. Anzi Donà mi ha fatto un pò sorridere visto che evidentemente non conosce questo saggio: a quanto mi risulta, l’identificazione tra Reza e la dea Retia è stata proposta per prima da Ulrike Kindl, Die verjagte vivana - testo o testimonianza?, in “Mondo Ladino”, IX, 1985, pp. 116-118.
Ti consiglio di dare un'occhiata a tutti gli atti del convegno (ci troverai anche Alinei con un suo famoso lavoro). Buoni svarioni! |
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adam
A. ramidus


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  Inviato:
01 Lug 2009 - 22:58 |
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Caro Silvano
non mi adonto se mi si chiama “dilettante”, specialmente se penso e mi confronto ai “linguisti professionisti” della teoria romanza e alle loro ipotesi di derivazione dal latino di Roma e alle loro etimologie (il più delle volte paraetimologiche e ideologiche), sono lietissimo di non appartenere a questa categoria di “esperti istituzionali della lingua” compromessi ideologicamente e privi di ogni credibilità scientifico-argomentativa.
Però non mi piace sentirmi dire che manco di “spirito critico”.
Vedi caro Silvano da Pordenone, nel 2005 prima ancora di conoscere il Semerano e Mario Alinei, soltanto attraverso il semplice buon senso e l’intuizione ho applicato il mio spirito critico alla Teoria Romanza, giungendo alla conclusione che essa fosse sbagliata, poi ho incontrato altri compagni di strada, come Alinei e Semerano e grazie anche a loro mi sto affinando.
Come vedi di spirito critico non me ne manca (vedasi anche le pagine della discussione più lunga nel forum dell’Accademia della Crusca, dove i “professori” mi hanno accusato di sacrilegio, lesa maestà, attentato alla costituzione all’unità dello stato italiano, taluni mi volevano mandare i carabinieri, e solo per aver osato affermare che la teoria romanza è un balla; neanche avessi negato l’olocausto).
Che poi le mie “elaborazioni” siano semplici, senza tanti giramenti e mossette, lontane dal gergo e dalle forme misteriose e ermeneutiche degli iniziati e delle caste … questo è vero, però tra talune mie ipotesi etimologiche e talune di quelle tradizionalmente sostenute dai “professori” vi è un abisso incolmabile, nella loro semplicità le mie ipotesi sono di gran lunga meno paraetimologiche e molto più vicine alla scientificità che non le loro.
Bastano e avanzano, come esempi, il confronto etimologico nelle voci toponomastiche Sandrigo, Grado/Gravo e idronimica Bacchiglione.
Ti ringrazio nuovamente per le fonti su Reza e ti invito, se puoi, a darmi qualche dritta in merito all’elemento del disco Bronzeo, per cui ho aperto questa pagina.
Gli svarioni sono sempre possibili però nel complesso, considerati i miei limiti/vincoli operativi soggettivo-oggettivi sono abbastanza soddisfatto del mio lavoro critico e di revisione delle certezze secolari di molti presunti "sapienti" anche se "unti" dal potere. |
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ponera
A. afarensis


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  Inviato:
08 Ago 2009 - 10:29 |
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Caro Adam ho visitato il museo di Auronzo e ti devo dire che l'ho trovato piacevole ma molto modesto in merito all'antropologia.
E' un museo rivolto in particolare alla mineralogia dolomitica.
Ad ogni modo è servito per fare una bella gita nel contesto delle meravigliose dolomitiche montagne. |
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adam
A. ramidus


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  Inviato:
17 Dic 2009 - 13:38 |
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Questa raffigurazione potrebbe essere interpretabile come un dokanon?
Un simbolo dei Dioscuri era il “telaio della porta”, il dokanon, composto di due legni paralleli (gli stipiti) congiunti da due traverse (la soglia e l’architrave). |
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adam
A. ramidus


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  Inviato:
17 Gen 2010 - 15:28 |
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“El disco de Aoronso” e la “Festa del pan (?)”
Disco de Aoronso
El saçerdos/ forse anca “shaman” (?) del disco de Oronso co a rente e a confronto co ‘n so omołogo/cołega etrusco (o ‘n senpliçe oferente?) ... łe do figure łe par esprimare na stesa esensa mestego-spiritual ... i xe tuti do come spirità, envaxà, ciapà da on spirto (anca par mexo de bevande majeghe-psicotrope).
Ł’altar del disco de Aoronso ghe someja a l’altar scolpio so de on sarcofago in Kirghisia, ke rievoca on sagrefiço a Ahura Mazdha (IV-III sec. a.C.) ... sora de l’ara (altar) pararia ca ghe fùse na speçe de paneton ke łi saçerdos xe drio “modełàr” co de łe baketele.
Xe posibiłe ke inte sto disco se conte de na festa ritual indoe el “preve-shaman” el xe drio sagrefegar, fando n’oferta a ła “devenetà” de fete piramidałi de na speçe de torta-fugàsa-paneton-połenta de çereałi pì ke de toki de carne o de fruta o magari un'ammasso gelatinoso di formaggio, ricotta o burro ?.
Sta kì xe na vecia e pristorega moła o maxena par far farina, catà łongo el Niło:
Fugàse, torte, inpasti coti de çereałi
Formajo e fruta
L’oltema çena col rito del pan e l’eocarestia cristian-catołega
Tradizioni e rituali connessi con la coltivazione dei cereali e la panificazione nel mondo celtico ed “indoeuropeo”.
http://www.bibrax.org/celti_storia/celti_pane.htm
Tradizioni e rituali connessi con la coltivazione dei cereali e la panificazione nel mondo celtico ed indoeuropeo.
Prendendo spunto da una recente ed appassionante discussione tra i soci di Bibrax si è evidenziato come spesso si associ il zoroastrismo, l’antica religione iranica, al complesso delle religioni “del deserto”, delle religioni semitiche. Errato, completamente. Gli antichi iranici erano popolazioni di ceppo indoeuropeo, ed ancora oggi sono lingue indoeuropee quelle che si parlano nella regione; quanto alla religione zoroastriana occorre ricordare che una variante di essa superficialmente cristianizzata, il manicheismo, che in età antica si diffuse nel bacino mediterraneo (ed alla quale aderì per un certo tempo anche sant’ Agostino), entrò con ogni probabilità, assieme a neoplatonismo e gnosticismo, in quella sintesi neopagana che fu rappresentata in epoca medievale dal movimento cataro o albigese. Il catarismo, mi sono spesso chiesto, fu una rinascita del paganesimo nell’Età di Mezzo, o semplicemente la riemersione di una tradizione che non si era mai spenta, poiché la maggiore libertà delle istituzioni comunali nei secoli XII e XIII aveva fatto illudere che ci si potesse svincolare dal potere ecclesiastico e feudale?
Ma il tratto che ad ogni modo differenzia maggiormente il mondo iranico e la religione di Zarathustra dalle culture semitiche e del deserto, è proprio il fatto che essa è il prodotto di una cultura di agricoltori sedentari in contrapposizione al mondo beduino dei pastori nomadi o seminomadi.
“Chi semina il grano”, proclama Zarathustra nell’Avesta, libro sacro dello zoroastrismo, “chi semina il grano edifica l’ordine”.
Nel mondo semitico non sono/furono solo gli Arabi ad essere contrassegnati da uno stile di vita beduino/pastorale/nomadico; ricordiamo che ancora in epoca tarda gli Ebrei biblici erano di sedentarizzazione talmente recente, e talmente digiuni di tecniche edilizie che re Salomone per erigere il tempio di Gerusalemme dovette avvalersi di operai, capimastri ed architetti fenici; è la bibbia a dircelo, e per questo lato non vedo motivo di mettere in discussione la parola del testo sacro oggi più diffuso in Occidente.
La stessa bibbia ci presenta la contrapposizione fra Abele pastore e Caino coltivatore, ed è chiaro con quale dei due il lettore è invitato ad identificarsi.
Al contrario, lo stile di vita sedentario e la coltivazione di un cereale ad alta resa come il grano hanno consentito che vi fossero società in cui non tutti erano impegnati nelle attività di produzione di alimenti; hanno consentito che vi fossero artigiani, artisti, guerrieri, filosofi, scrittori, uomini di stato e legislatori: essi sono la base e rimangono un po’ il simbolo delle civiltà indoeuropee.
Non dovremmo dunque davvero stupirci di trovare presso i Celti, ma non solo presso di loro, simbologie e rituali complessi, importanti per la vita della comunità, legati alla coltivazione ed alla panificazione dei cereali.
L’anno scorso, mi è capitato di segnalare nelle mie Cronache del Friuli celtico il fatto che a Trieste nel rione di Servola, rione che nella tradizione triestina era rinomato per il lavoro della panificazione – affidato abitualmente alle donne, le pancogole – è stata rimessa in vita una festa tradizionale, la Festa del pane, cadente nel mese di maggio, approssimativamente in coincidenza con la festività celtica di Beltane.
Curiosamente, una celebrazione avente per oggetto il pane ed i cereali, la festa del Bannock si trova anche nel mondo gaelico, anch’essa coincidente con il periodo di Beltane; ne parla anche Umberto Eco nel romanzo Il pendolo di Foucalt, e, cosa anch’essa assai curiosa, poco fuori Servola si trova una necropoli del periodo romano e preromano nella quale numerose inumazioni rivelano la presenza nella zona di popolazioni celtiche, venete, e la fusione di entrambe le popolazioni con la cultura romana, la necropoli di San Servolo, e il nome della località è quello dello stesso santo che ha anche dato il nome al paese e poi rione triestino.
Quest’anno (2004) la festa si celebra mercoledì 26 maggio, ed apprendo non senza sorpresa, che essa è diventata “Festa nazionale del pane” con tanto di sponsorizzazioni della Presidenza della Camera, della Presidenza del Senato, del Ministero delle Attività Produttive, anche se, in tutta onestà, non so se si celebri fuori di Trieste.
Per non stare a ripetere, e per non dover ripetere gli anni prossimi quanto ho scritto in occasione della scorsa ricorrenza nelle Cronache passate, ne ho fatto un estratto che riporto qui di seguito sotto forma di articolo indipendente.
Vorrei aggiungere solo un’ulteriore piccola considerazione: il pane è un argomento che ci potrebbe forse sembrare privo d’interesse, tanto siamo assuefatti all sua presenza sulle nostre tavole, un fatto banale, quotidiano, “pane quotidiano”, appunto; ma forse dovremmo soffermarci un po’ più spesso a riflettere sul fatto che ancora oggi per gran parte dell’umanità il “pane quotidiano” è qualcosa che non è sempre disponibile a sufficienza, ed un bene prezioso.
Dalle “Cronache moderne del Friuli celtico” n. V, estate 2003.
Quest’umanità che si addentra nel nuovo millennio con poche certezze e con la rinascita di antichi timori (dalle guerre di religione alle epidemie), sembra avere un gran bisogno di riscoprire antiche e quasi dimenticate tradizioni, solo che spesso è difficile rendersi conto di quanto esse siano antiche, di quanto la strada proceda a ritroso nel buio della notte dei tempi.
A Trieste nel rione di Servola è stata rimessa in auge da quest’anno, con il patrocinio del comune di Trieste e del Museo Etnografico di Servola, un’antica tradizione ormai desueta, la “festa del pane” che si celebra dal 15 al 18 maggio. Ridando vita ad un’usanza molto antica, le “pancogole” come erano dette nel dialetto locale le panificatrici, per l’occasione domenica 18 sfileranno indossando i costumi tradizionali delle loro antenate e distribuendo pane. La loro attività (un tempo appannaggio specificamente femminile) era una specialità per la quale era rinomato il villaggio di Servola, oggi divenuto un rione di Trieste.
Attorno a questo fulcro della manifestazione, ci saranno varie iniziative fra cui laboratori artigianali e mercatino dell’artigianato, musica e balli, una caccia al tesoro ed uno spettacolo di marionette, più grande tombola finale.
Da dove ha origine questa tradizione oggi ritornata in auge?
Una festività del pane coincidente all’incirca con il periodo di Beltane richiama subito alla mente, se si ha un po’ di cultura storica, l’usanza scozzese del bannock che Umberto Eco ha accuratamente descritto nel romanzo Il pendolo di Foucault di cui riporto uno stralcio:
“[I fuochi di San Giovanni] è un rito antichissimo, praticato in quasi tutti i paesi d’Europa.
Si celebra nel momento in cui il sole è al sommo del proprio cammino, San Giovanni è stato aggiunto per cristianizzare la faccenda (…) Il pane lo mangiano la notte dei fuochi di Beltane, una festa di origine druidica, specie nelle Highlands scozzesi (…) Impastano una torta di farina e d’avena e l’abbrustoliscono sulla brace…poi segue un rito che ricorda gli antichi sacrifici umani…sono delle focacce che si chiamano bannock (…) bannok in inglese medievale, bannuc in antico sassone, bannach in gaelico è una sorta di tortino, cotto sulla piastra o sulla griglia, di orzo, di avena o di altra granaglia”.
Il pendolo di Foucault, pag. 306.
Caso strano, non lontano si trova la necropoli di età preromana e romana di San Servolo, recentemente studiata dal prof. Gino Bandelli, studio di cui è riferito nel suo libro La necropoli di San Servolo, Veneti, Celti e romani nel territorio di Trieste di recentissima pubblicazione (aprile 2003), e che ha messo in luce una consistente presenza celtica. Dunque, noi abbiamo nella stessa zona un’antica tradizione che ha tutta l’aria di essere la continuazione di un antichissimo rito celtico ed una delle maggiori testimonianze archeologiche della presenza celtica dell’area veneto – friulano – giuliana; occorrerebbe una fede davvero illimitata nel dio delle coincidenze per non scorgere un nesso fra le due cose.
A titolo di confronto, si può ricordare che fino a tutto il XIX secolo in Friuli era in vigore un’altra usanza legata al pane di sicura origine celtica, solo che il periodo interessato non era quello di Beltane, ma quello di Samain.
Nella mitologia celtica, come sappiamo, Samain, coincidente con la festività cristiana di Ognissanti, era la notte fuori dal tempo che segnava il trapasso dell’anno, notte nella quale i piani dell’esistenza si sovvertivano e si mescolavano, ed ai morti era consentito uscire dalle tombe per ritornare fra i vivi che dovevano placarli con offerte.
Per questo scopo nell’antico Friuli si usava appunto il pane. Nella versione cristianizzata, il “pane dei morti” non veniva più offerto direttamente ai defunti, ma ai paesani perché pregassero per la loro anima.
Della persistenza di questa usanza ancora nel tardo XX secolo ci dà testimonianza la scrittrice friulana Caterina Percoto in una novella che si intitola appunto Il pane dei morti:
“In molti luoghi del Friuli esiste un’antica pratica per cui ogni famiglia nel dì d’Ognissanti dispensa al popolo una quantità di pane a seconda della propria agiatezza. Non è già questa un’elemosina. Vengono a riceverlo tutti gli abitanti del villaggio e prima d’assaggiarlo pregano per i defunti del donatore. Contadini benestanti, capi di famiglia, artieri e mugnai, che in tutt’altra occasione si vergognerebbero d’accettare la più piccola carità, in quel giorno, confusi ai poverelli, battono alla tua porta e senza rossore ti domandano il pane dei morti. Poi alla lor volta dispensano anch’essi la propria fornata. Anzi, dove non ci sono signori, ogni contadino fa tanti grossi pani di sorgoturco quante sono le famiglie del villaggio, e vanno in giro a riceverlo, e a vicenda lo dispensano agli altri; sicché in quel giorno ognuno assaggia il pane dei fratelli e prega per i loro defunti, mettendo così, almeno una volta all’anno, in comunione il cibo, l’affetto e la preghiera”.
Caterina Percoto: Voci dai campi e dai monti, a cura di Mirella Lirussi, Agenzia Libraria Editrice, Trieste 2000, pag. 215 –216.
Un bel pezzo di antropologia culturale che la letteratura ha salvato per l’immemore posterità.
Si noti l’uso dei pani di sorgo (quello che la Percoto chiama “sorgoturco”), così come il bannock era fatto, ci dice Eco, “con orzo, avena o altra granaglia”. Con ogni probabilità, la coltivazione del grano è stata diffusa prima nell’Italia padana poi nell’Europa centro – settentrionale dalla conquista romana (???), ed ha soppiantato per l’alimentazione di tutti i giorni, ma non per gli usi rituali, cereali più rustici il cui uso risaliva alle culture di La Tene e Hallstatt.
Si ricorderà la menzione che ne fa Roberto Tirelli in Kurm; i Celti della Bassa Friulana avevano conservato l’uso di cereali meno ricchi dal punto di vista nutritivo del frumento, ma più adatti ad un ruvido clima settentrionale, quali la spelta ed il tritico, ossia appunto il sorgo:
“Il periodo di La Tene nella pianura friulana corrisponde alla stanzialità, allo sviluppo dell’agricoltura. Le coltivazioni dei Celti e delle altre popolazioni preromane (???) qui non erano quelle del bacino mediterraneo, ma piuttosto adatte ad un clima più freddo, come probabilmente si riscontrava nelle stagioni d’allora” ( Kurm, pag. 26).
Si può anche ricordare il fatto che questi riti trovano poi una precisa corrispondenza anche nel mondo romano:
i Romani usavano, nel periodo più o meno coincidente con Beltane, il rito della conferreatio, consistente nello scambiarsi in segno augurale delle focacce di farro; non era però un’usanza di origine latina, ma che avevano copiato dai Sibillini, popolazione stanziata sui monti omonimi di ceppo – pare – sabino.
Si tratta ad ogni modo di una serie di usanze collegate con la coltivazione dei cereali che affondano le loro radici alle origini stesse del neolitico e della prima agricoltura.
Autore Fabio Calabrese |Pubblicato il 27/05/2004
Il sole di Capodanno de Alfredo Cattabiani
http://www.centrostudilaruna.it/il-sole ... danno.html
...
Nelle campagne piemontesi si diceva che il ceppo si sarebbe incenerito nelle 12 notti tra il Natale e l’Epifania, simboli dei 12 mesi dell’anno durante i quali il sole nuovo, rappresentato dal legno che si consumava, avrebbe nutrito il cosmo e gli uomini con la sua luce e il suo calore. Quel ceppo altro non era se non il simbolo del Cristo-Sole-Albero cosmico che nutriva l’umanità offrendole i suoi doni durante l’anno. Ecco perché i bambini, percuotendo il ceppo, sentivano piovere sul capo strenne e dolciumi; e perché si diceva “domani è il giorno del pane”: il pane simbolo per eccellenza del cibo spirituale e materiale.
Per questo motivo si mangiano a Natale dolci a base di farina, tra i quali il più celebre è il panettone milanese. E un’usanza antichissima, diffusa in tutta l’Europa. In Francia, ad esempio, si usava cuocere un grosso pane, chiamato pain de Calandre. Poi se ne tagliava un pezzetto sopra il quale venivano incise tre o quattro croci, e lo si conservava come un talismano capace di guarire da molti mali. Il resto del pain de Calandre era distribuito a tutta la famiglia. In Inghilterra i fornai regalavano ai clienti focacce chiamate Christmas-batch, e i fornai lombardi offrivano il panettone ai clienti. ...
Eucarestia
http://it.wikipedia.org/wiki/Eucaristia
Il Sacrificio
http://www.corsodireligione.it/digiland ... icio_1.htm
...
Lo storico greco Erodoto (v secolo a.C.) racconta nelle sue Storie:
«Dirò ora quello che ho saputo dei costumi dei Persiani.
Essi non erigono statue, templi e altari agli dèi, perché lo giudicano illecito, e giudicano pazzi quelli che lo fanno. Infatti essi non credono che la divinità abbia forma umana. Salgono perciò sui monti più alti a fare sacrifici a Zeus, che concepiscono come l'intera volta celeste.
A colui che compie il sacrificio non è lecito pregare solo per se stesso, ma ha il dovere di invocare il bene del re e di tutti i Persiani, ritenendosi parte della comunità.
La festa principale per le singole persone è il giornò natale che celebrano con un pasto più ricco del solito.
I ricchi mettono in tavola un bue, un cavallo, un cammello e un asino arrostiti interi nel forno; i poveri si accontentano di animali più piccoli [...].
Subito dopo se stessi, i Persiani stimano i vicini, poi i vicini di questi e così via. All'ultimo posto mettono i più lontani. Per loro i vicini sono i migliori, i lontani sono i peggiori.»
«Per gli Egiziani il sacrificio avviene in questo modo: dopo aver ben esaminato il toro, che deve essere tutto bianco, senza un solo pelo nero, conducono l'animale presso l'altare dove vogliono fare il sacrificio e accendono il fuoco. Quindi, versano sulla vittima del vino, e invocandq la divinità la sgozzano; quando l'hanno sgozzata, ne tagliano la testa. Il corpo dell'animale viene spellato, e dopo aver molto maledetto la testa, la portano al mercato (se là ci sono dei commercianti greci che la possono comprare), se no la gettano nel fiume. Maledicono queste teste dicendo che se deve avvenire qualcosa di male o al sacrificante in persona o all'Egitto intero, cada su quella testa. Per quel che riguarda le teste degli animali sacrificati e la libagione del vino, tutti gli Egiziani hanno questi stessi usi in tutti i sacrifici; e da ciò viene che nessun egiziano assaggerebbe la testa di nessun animale esistente. Ma la estrazione delle viscere e la combustione è diversa a seconda dei diversi sacrifici. E dirò come accade nel culto di quella che è considerata la maggiore delle divinità, e che ha le maggiori solennità religiose. Quando hanno scuoiato il bue, recitano preghiere e vuotano il corpo degli intestini, lasciandovi i visceri e il grasso, tagliano le gambe, l'estremità della coscia e le spalle e il collo. Fatto questo, il resto del corpo del bue lo riempiono di pani puri e di miele di uva passa e di fichi e di incenso e di mirra e di altri aromi, e riempitolo così, lo bruciano, vero sandovi sopra olio in abbondanza. Fanno il sacrificio dopo aver digiunato, e mentre le vittime bruciano tutti si percuotono. Ma quando han finito di percuotersi, celebrano un banchetto con quel che avevano messo da parte delle bestie sacrificate.» ...
Riferisce dei Germani lo scrittore Tacito:
«Onorano sopra tutti gli dèi Mercurio, al quale in giorni stabiliti sacrificano vittime umane.
Placano invece Ercole e Marte con offerte di animali permessi.
Una parte dei Suebi sacrifica anche a Iside, culto straniero proveniente non si sa bene da dove.
Non chiudono gli dèi fra pareti di un tempio né li rappresentano in forma umana, cosa che ritengono indegna della grandezza divina.
Boschi e foreste essi consacrano. Rispettano più che mai gli àuspici e i sortilegi.»
Sacrifici divini
Si conoscono anche miti in cui è la divinità ad offrirsi per un sacrificio a favore dell'uomo :
- Demetra e Mithra , divinità venerate nella antica Tracia si sacrificavano, nel mito, per diventare cibo dell'uomo.
- Osiride, nel mito egizio antico sacrificava il proprio corpo per fecondare la terra e produrre frumento e uva.
La leggenda del grano
http://www.turismoregionecampania.it/as ... 0grano.pdf
Le origini della Festa del Grano
http://www.foglianise.org/pagine/tradiz ... rigini.htm
Il paese di Foglianise è noto per la Festa del Grano (16 agosto), antica tradizione, di probabili origini pagane, legata attualmente al culto di San Rocco.
L'abitato di Foglianise, in provincia di Benevento, dista circa 15 Km dal capoluogo ed è ubicato in una zona centrale della Valle Vitulanese, circondato da verdi e ubertose colline. Sorto alle pendici del monte Caruso, quest'ultimo chiamato anche San Michele per l'eremo ivi esistente, si trova ai margini orientali del Parco Regionale del Taburno-Camposauro.
http://www.europeanvirtualmuseum.net/vi ... _12_it.htm
LE SCRITTURE INDÙ INGIUNGONO DI MANGIARE LA CARNE BOVINA
http://www.tradizionesacra.it/Le_scritt ... bovina.htm
http://it.wikipedia.org/wiki/Sacrificio
IL GRANO NELLA TERRA DI CERERE
http://www.ilgranoduro.it/atlante/grano_cerere.pdf
LA SACRALITÀ DELL’AGRICOLTURA
di Michele Migliozzi
http://docs.google.com/viewer?a=v&q ... d5R_R_fwQQ |
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