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H. ergaster
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Messaggio   Inviato: 17 Set 2007 - 17:26 Rispondi citando Torna in cima
Oggetto: 17 settembre 2007: Il rapporto tra nomadi e sedentari

Negli ultimi tempi le cronache si sono riempite di fatti e opinioni circa la presenza dei nomadi nelle nostre città. I media si sono avventati sul tema in un'orgia di commenti e dichiarazioni più o meno sensate, ma come spesso accade è mancato un approccio capace di dare ai lettori e agli spettatori gli strumenti per farsi un'idea della questione.

Alle esternazioni di dubbia utilità - e a volte anche di dubbio buon senso - si sono affiancate riflessioni interessanti che puntavano sul ruolo del nomadismo nel terzo millennio e sul rapporto molto spesso acceso tra nomadi e sedentari. Ancora una volta, però, è mancata la voce dell'antropologia.

Il nomadismo è sempre stato visto in maniera ambivalente: da un parte ispira al viaggio e a mete esotiche, alla libertà romantica e a uno stile di vita svincolato da regole costrittive. Dall'altra, proprio la mancata percezione di queste regole crea diffidenza, paura e un senso acuto di estraneità.

Il nomade diventa allora, per il singolo ma soprattutto per la collettività, l'espressione di una diversità con cui il dialogo è impossibile, un'entità da isolare, evitare e comunque da allontanare. Se nelle varie culture del mondo si ritrova la dicotomia tra sedentari e nomadi, il cui rapporto è a seconda dei casi più o meno teso e/o utilitaristico, le cronache nostrane acutizzano il problema chiamando in causa la modernità, come se il problema non fosse mai esistito in precedenza.

Eppure, in paleoantropologia è comune pensare ai nostri progenitori come a cacciatori-raccoglitori nomadi, mentre in etnologia abbondano i riferimenti a popolazioni nomadiche.

Ancora una volta è in campo la relazione con l'altro, in una prospettiva storica e contemporanea, e la capacità di dialogo cui la figura dell'antropologo potrebbe dare un contributo notevole.
Come si pone l'antropologia rispetto a questa problematica? Come valutare la possibile integrazione (termine alquanto ambiguo, ma si cita qui una parola molto usata ultimamente) e la volontà di perseguirla? Chi è il nomade e chi è il sedentario?

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Moreno Tiziani - professioneantropologo.it
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mackyOffline
A. afarensis
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Messaggio   Inviato: 18 Set 2007 - 10:23 Rispondi citando Torna in cima

C'è un fenomeno imperante e preoccupante, secondo gli antropologi che si occupano di etnologia rom, sinti ecc., e che spesso viene sottovalutato: il processo di sedentarizzazione dei nomadi. (riferimenti tra le righe si leggano in L.Piasere, "Campo e nomade: associazione fatale" consultabile all'indirizzo http://www.meltingpot.org/articolo5626.html).
Nelle culture nomadi, par excellence, presenti sul nostro territorio l'alterità, la diversità è enfatizzata, acutizzata anche dal supporto visivo; impatto immediato, pregiudizio assicurato. Alcuni studiosi difendono a spada tratta l'autonomia e la capacità di non uniformarsi alla società di arrivo (perchè infatti occorre riflettere sul significato di integrazione, un termine che poi si tramuta pericolosamente in omologazione e uniformità, con i rischi - anche dal punto di vista antropologico - che questo comporta). Ancora, la cultura dell'immigrazione è una cultura a parte, che si viene formando e si definisce continuamente fino a diventare un qualcosa di nuovo; questo avviene soprattutto quando non si riescono più a mantenere i propri caratteri culturali distintivi - pena il non inserimento nel sistema sociale di arrivo.
L'integrazione non può non tenere conto della cultura con cui si interagisce; per esempio nel caso dei roma molti si domandano "perchè non si trovano un lavoro!", risponde eloquentemente Piasere (http://www.albertomelis.it/fondazione%20piasere.htm). Il fatto è che per creare un piano di integrazione non si può prescindere dalla conoscenza, anche piuttosto approfondita, delle culture e dei gruppi umani che si "vogliono far integrare" nella nostra società e comunità; ma per farlo occorre tempo, molto tempo. Invece si vive nel mondo delle pretese e dell'immediatezza, dove ciò che è ritenuto scomodo si nasconde, si isola e si critica e spesso in modo del tutto gratuito. L'integrazione, poi, come ideale o progetto viene vista in modi diversi dagli antropologi: da una parte è un obiettivo stupendo che liberebbe le società da molti problemi di convivenza che le minacciano continuamente; di contro rappresenta un rischio per l'etnologia in senso stretto. si scopre e si studia una cultura nuova (la cultura della migrazione), ma perdiamo traccia dell'originalità delle culture di provenienza. Fare antropologia delle migrazioni oggi ha il sapore amaro dell'adeguamento, del 'dovere civico e civile', e talvolta del ripiegamento (cfr. Sobrero), perchè ciò di cui l'antropologo e l'etnologo si è da sempre occupato sta diventando 'merce rara' e le possibilità di fare etnografia in senso classico si stanno riducendo drasticamente. Gli antropologi demandano spesso il compito gravoso di occuparsi delle problematiche connesse alle migrazioni, e ai gruppi nomadi in particolare, alle politiche locali, così da avere ancora chances di studiare - sarebbe meglio dire osservare - il modo in cui "noi" ci rapportiamo agli "altri". E quasi sempre in una visione autocritica. Anche perchè non va dimenticato che in senso stretto l'antropologo culturale (tout court) lavora principalmente sul piano teorico e dell'analisi teorica e in questi campi il suo ruolo teorico viene enfatizzato. Ci sono (meglio dire 'ci sarebbero', perchè il condizionale purtroppo è d'obbligo) figure preposte all'azione diretta oggi: il mediatore culturale e il comunicatore interculturale. Non è un caso, infatti, che gli antropologi e gli etnologi - propriamente detti e quindi nel senso accademico del termine - siano piuttosto impiegati a livello di formatori "per coloro" che poi si occuperanno direttamente dei processi e delle dinamiche dell'integrazione (vd. Master, corsi professionalizzanti et similia). Se l'antropologo, però, carcasse troppo la mano, se fosse direttamente coinvolto nei processi cosiddetti di integrazione, fino a che punto non si correrebbe il rischio di ricadere nei drammatici errori del passato che hanno macchiato la nostra disciplina?
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adamOffline
A. afarensis
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Messaggio   Inviato: 03 Ott 2007 - 14:19 Rispondi citando Torna in cima

Sono cosciente che la questione è complessa e difficile, però quando si tratta di "diritti umani" non va dimenticato che questi diritti vanno riconosciuti a tutti, sia alle minoranze che alle maggioranze.

Non è che i nomadi, perché minoranza abbiano più diritti degli stanziali o non più nomadi, perché maggioranza.

I Sinti e i Rom sono uomini come tutti gli altri e la maggioranza di loro "non integrata(?) non può godere del "non diritto" di vivere rubando, rapinando e uccidendo i non nomadi o di essere mantenuta da noi stanziali.

In Europa da circa il 1400, da quando pare siano giunti anche nella penisola italica, si sono fatti conoscere e odiare come : ladri, rapinatori, truffatori, assassini, (e ladri di ...); a Roma vi giungero facendosi passare per pellegrini Cristiani (afroasiatici) perseguitati dai mussulmani, onde ottenere conforto (vitto e alloggio).

Le poche eccezioni nel cinema (Rita Hayworth e Yul Brynner), nel circo e nelle giostre (?), nella cultura (poesia, musica, università), in politica (deputato europeo) o altrove, non fanno molto testo, perché eccezioni (sarebbe interessante avere delle statistiche in proposito).

Personalmente ho vissuto qualche settimana con i "gitanes" di Parigi (30 e passa anni or sono) e costoro erano come un clan mafioso detito allo sfruttamento intensivo dei "derelitti" della metropoli francese; io stesso sono stato raccolto in un dormitorio pubblico, da questi gitanes (dediti al caporalato), e portato sul cassone di autocarri a raccogliere ciliege nel centro della Francia ad Auxerre, dove venni sistemato con gli altri "derelitti" in mezzo ai frutteti; come casa , avevamo della paglia con sopra una coperta piena di parassiti (anche la scabbia), come pareti 4 pali e come tetto un telone di plastica; ci davano da mangiare e poi alla fine del lavoro quattro franchi (1/10 di quanto prima promesso) e chi protestava veniva riempito di bastonate.

L'Europa non è la terra degli zingari, come il Sud Africa era la terra dei San (Boscimani), il Sud America la terra degli Indios, l'Australia la terra degli Aborigeni e il Nord America la terra dei "Pellirossa o Nativi"; gli europei non hanno espropriato la terra europea agli indigeni zingari, perché questi sono giunti molto ma molto dopo.

Io non ho mai conosciuto comunità nomadi di zingari che abbiano rispetto per gli altri.

E trovo poco "umanitario e intelligente" il volerli far passare per vittime e per perseguitati, sempre e comunque, anche quando sono carnefici.

La triste e tragica vicenda nazista non è la costante nella storia, e "quella persecuzione" non può giustificare l'atteggiamento di "feroce sfruttamento" che queste "etnie e culture nomadi e razziste" tengono nei nostri confronti.

In Veneto, in 100 anni, gli zingari hanno amazzato (in rapine e altro) almeno una "cinquantina" di veneti stanziali (dalle cronache giudiziarie), di zingari uccisi da veneti nemmeno 1 (a parte quei pochi (forse 6) uccisi dai Carabinieri e dalla Polizia durante le rapine, i sequestri e i furti e da qualche persona veneta aggredita, per legittima difesa).

Io credo che si faccia solo del male a trattare la questione in termini che poco o nulla hanno di reale.
L'atteggiamento di molta gente, verso "questi cosidetti nomadi" non è fatta di pregiudizi ma di salutare diffidenza, poiché l'esperienza che tutta questa gente (me compreso) ha avuto degli zingari è stata soltanto e unicamente esperienza negativa : fatta di furti, rapine, truffe e omicidi subiti.

Anche gli zingari debbono rispettare gli altri uomini (la loro vita e le loro proprietà) per meritarsi rispetto e guadagnarsi il pane con il sudore della fronte.

Tutti gli uomini sono uguali e nei diritti e nei doveri!

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Messaggio   Inviato: 03 Ott 2007 - 20:41 Rispondi citando Torna in cima

L'antropologia è lo studio del diverso: compito dell'antropologo è cercare di comprendere il diverso. Questo comporta ricostruire i codici, i valori, la cultura dei gruppi "diversi". Se non facciamo questo siamo fuori dall'antropologia. Si tratta di codici che, per definizione, sono diversi dai nostri, e quindi ci sembrano strani, stranieri, incomprensibili. Nel caso degli zingari (che tratto per comodità al singolare come se fosse un solo gruppo omogeneo) abbiamo una minoranza sottoposta ad una forte azione di marginalizzazione e deculturalizzazione. Non solo sono respinti (anche in senso spaziale) ai margini della società e del benessere ma sono sottoposti ad una forte azione che distrugge la loro cultura e il modo di costruire un mondo. In questa situaazione reagiscono come possono. Ovvero in modo diverso da come reagiremmo noi. E utilizzando i resti di una cultura verosimilmente arcaica e comunque pre-moderna, cercano di sopravvivere. Non è dunque sorprendente se li troviamo in pratiche di microcriminalità: sarebbe sorprendente trovarli in giacca e cravatta all'ufficio di collocamente. Per un popolo dedito al nomadismo la rapina dei beni altrui non è mai un atto totalmente negativo così si capisce che la zingarella vada a rubare in metropolitana. Certamente anche la vittima della microcriminalità va compresa e si capisce che il tipo che sorprende la ragazzina la prenda a sberle. Ma il compito degli antropologi non è dare sberle. E' capire. Non si tratta, cioé, di stabilire se gli zingari sono simpatici o meno, se li vogliamo o no vicino casa. Si tratta di capire che sono vittime di un processo di marginalizzazione prodotto dalla società moderna. Se non comprendiamo questo lamentarci del diverso significa solo ridurre l'umanità all'uguale (un mondo di uguali ove, tra l'altro, l'antropologia, che studia il diverso, non avrebbe senso).
Gli stessi problemi giuridici (più o meno diritti) non hanno senso se non comprendiamo questa diversità. In realtà con la diversità, piaccia o no, siamo condannati (sembra una parolaccia ma a mio avviso è una fortuna) a convivere. Non potremo mai ammazzare tutti gli zingari e nemmeno rimandarli a casa loro (soprattutto se casa loro...è qui!). Così come non possiamo ammazzare tutti gli scugnizzi napoletani o tutti i membri della lega nord. La diversità fa parte di noi e occorre accettarla. Quindi, rinunciando alla rpetesa assurda che il nostro modo di vivere, quello della borghesia urbana, sia il solo modo di vivere, occorre valorizzare le differenze non cancellarle.
Garantire diritti alle minoranze serve a garantirli a noi stessi:che in quanto singoli siamo sempre minoranza rispetto alla collettività. La grandezza dell'Occidente è averlo capito. Perdere questa grandezza è ridurci al livello di chi tira sberle alla ragazzina. I nomadi hanno _esattamente_ gli stessi diritti di tutti ma hanno il problema di non saperli far valere. Per questo vanno aiutati. Come vanno aiutati tutti i più deboli. Prima del 1400 gli zingari (ma non sono un esperto: accetto per buono quel che dice Adam) non c'erano. Il che significa che sono a casa loro? Ci mettiamo a misurare dal 1400 chi c'era e chi non? C'erano, che so? gli italiani? La prima crociata, qualla popolare o degli straccioni, fu svolta da un mucchio di mendicanti che le ricche città europee, lietamente videro andar via a farsi massacrare dagli arabi: li immagino come gli zingari di allora. L'europa è la terra degli europei, ovvero di coloro che la vivono. Tutti, non qualcuno si e qualcuno no. Uno zingaro può forse pensare che la terra sia di qualcuno (non sua); un latifondista può farlo (e pensa che sia sua), non l'antropologo. Del resto l'america è degli indiani? Le immaginiamo le risate di Bush?
Certamente gli zingari vivono anche nell'illegalità. Ma vale la pena di rilevare che statisticamente il nostro parlamento ha un tasso di condannati più alto dei quartieri spagnoli di napoli. Critichiamo lo sfruttamento ma dobbiamo anche prendere atto che si tratta di una dimensione assai più ampia delgi zingari. Almeno da marx in poi dovrebbe essere assodato che lo sfruttamento costituisce un elemento del capitalismo. L'illegalità è connessa con la marginalizzazione e non con l'esser zingari. Scambiamo l'effetto per la causa. Infine veniamo agli zingari che ammazzano "gli stanziali". Quest'anno in autotrada ero sintonizzato su una radio di napoli e ascoltavo i radiogiornali. Il tema era quello degli incidenti provocati da pirati. Sono rimasto sorpreso dalla sequela di citazioni del tipo "catturato il barbiere che aveva investito e ucciso due romeni", "arrestato l'investitore del marocchino, è un avvocato" e così via... Certo gli zingari sono legati anche all'illegalità: è noto. Ma accrescere la repressione, oltre a dare soddisfazione a gente come il tipo che picchia la bambina, servirebbe? Detto tra noi: poiché anche i nostri figli fanno delle fesserie, accetteremmo che il nostro figlio sorpreso a rubare una borsetta venisse picchiato? La nostra è una società violenta che produce violenza. Una delle cause è la paura del diverso. Su questa causa possiamo agire. Mantenere la paura del diverso non renderà il mondo più sicuro: lo renderà più violento ancora.
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Messaggio   Inviato: 03 Ott 2007 - 21:10 Rispondi citando Torna in cima

parole sante kleber
ciò che crea la violenza è la paura e ciò che crea la paura è l'ignoranza.
in questa discussione mi pare di vedere diversi errori, mi spiego
da quello che scrive non mi sembra che adam abbia letto niente di quello che si era scritto prima del suo intervento, e tantomeno le parole di Piasere.
affermare che negli ultimi 50 anni la popolazione veneziana sia stata decimata ad opera degli incivili zingari, mentre a questi ultimi a quanto pare non è mai stato torto un capello dalle loro vittime, mi sembra quantomeno velleitario.
sono parole non solo di adam, ma di tante tante persone spaventate, terrorizzate all'idea di dover convivere loro malgrado accanto a qualcosa che non capiscono. e non capiscono perché non conoscono. non conoscono perché nemmeno ci provano, il più dele volte.
uno dei pregi dell'antropologia credo sia la calma. se ho qualcosa che mi preme dire, se non mi piace come sta girando il mondo, non parto a razzo sparando insulti o prendendomela col primo che passa, ma mi vado a studiare la situazione, la osservo, cerco di comprenderla senza dare giudizi a priori. e non perché sono pazzo, ma perché fare l'antropologo significa anche avere il piacere di conoscere ciò di cui si sta parlando...
io le parole di Piasere me le sono lette, e devo dire che è tutto molto interessante.
per esempio dice che non tutti gli zingari ammazzano, illustra molto bene il motivo per cui si può scegliere di vivere ai margini o al di fuotri della legalità.
e poi in fin dei conti dove sarebbe tutta questa legalità?
si invocano le leggi solo quando se ne ha bisogno, solo se ci si può ricavare un bel tornaconto, perché per il resto della vita nessuno le rispetta le leggi. l'italia in particolare sotto questo punto di vista non è che ne esce esattamente a testa alta, a venezia così come a palermo così come a perugia, la corruzione, lo sfruttamento, il sorriso di plastica interessato, sono ovunque.
gli zingari riescono per lo meno ad essere al di fuori di tutto questo, loro le proprie leggi le rispettano. poi si possono vedere lati positivi o lati negativi, ma questo credo sia universale. la differenza sta solo nell'occhio che guarda, non sono certo io il primo a dirlo.
ed è proprio l'antropologia ceh se ne rende perfettamente conto, mettendo in discussione se stessa, e certamente mai permettendosi il lusso di esprimere giudizi di valore a priori, mai certamente aprendo bocca su qualcosa che non conosce.

Luca

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Messaggio   Inviato: 03 Ott 2007 - 21:50 Rispondi citando Torna in cima

Adam,penso che il problema centrale sia proprio la diffidenza nei confronti di certe categorie…di Rom disposti a lavorare ce ne sarebbero pure,di datori di lavoro credo non tantissimi..e allora eccoli lì a recitare la parte loro assegnata.
Lo dico,perché,superando la “normale” diffidenza ne ho conosciuto qualcuno e direi che non solo non mi hanno mai mancato di rispetto,ma sono addirittura dei campioni in discrezione una volta rotto il ghiaccio.L’opportunità di tirar fuori il meglio di sé va data a tutti,questo credo,le sorprese possono essere tante..come quella che ho avuto ieri..
Chi può essere più egoista di un bambino?Un bambino Rom ovviamente! Ieri ne è entrato uno nel mio negozio per offrirmi una caramella..la più grande delle quattro che aveva appena ricevuto in regalo…e per fortuna non è neanche solo una questione di rispetto.
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Messaggio   Inviato: 04 Ott 2007 - 18:23 Rispondi citando Torna in cima

posto dei filmati trovati su youtube...

un discorso fatto da una persona coscienziosa che conosce ciò di cui sta parlando:



e un altro tipo di discorso... rimando il giudizio agli altri antropini:




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Messaggio   Inviato: 04 Ott 2007 - 20:17 Rispondi citando Torna in cima

Come mi è difficile trattare l’argomento degli “zingari”, altrettanto difficile mi è il discutere con voi sul tema.

È evidente e chiaro, quanto le vostre argomentazioni siano un groviglio inestricabile di buone intenzioni, di pregiudizi, di contraddizioni e di faziosita politica-partitica ideologica, altro che scientificità.

Bastano queste parole di Kleber: .... In realtà con la diversità, piaccia o no, siamo condannati (sembra una parolaccia ma a mio avviso è una fortuna) a convivere. Non potremo mai ammazzare tutti gli zingari e nemmeno rimandarli a casa loro (soprattutto se casa loro...è qui!). Così come non possiamo ammazzare tutti gli scugnizzi napoletani o tutti i membri della lega nord .... ; e questi esempi su youtube, a testimoniare.

Per correttezza d’informazione, mi pare doveroso ricordare come i “campi nomadi degli zingari” siano assaltati e bruciati a Napoli e a Roma e non certo nel Veneto o nel "Nord leghista"; e come in Calabria e in Sicilia, regioni caratterizzate dalla presenza mafiosa e dalla ndrangheta, le attività predatorie e illegali degli zingari siano quasi inesistenti.


Premetto e ribadisco (per chi magari facesse finta di non capire o peggio deformasse le mie parole attribuendomi etichette che non mi appartengono) che io non ho tessere di partito e non do il mio voto/delega a nessuno, tanto meno alla Lega Nord e al suo capetto per cui provo viscerale disgusto.
Come provo ribrezzo profondo per lo Stato Italiano e tutta la sua organizzazione, per la sua ideologia e farsa democratica e per la sua retorica unitaria, storia e partiti politici.

Quello che trovo contradittorio in voi è la vostra lodevole presa di posizione assoluta contro ogni forma di razzismo e che eppero, al contempo, prendiate le difese di una Etnia e di una Cultura come quella Zingara ch'è tra le più razziste esistenti sulla faccia della terra.

Se nessuno vi ha mai informato,
Santoro no di certo e nememno la romana sposa dello zingaro (che ha descritto in modo molto vago l'attività del marito: ...riciclaggio del rame...artigianato...piccoli traslocchi...) e nemmeno questo sito ideologico di disinformazione (che falsifica la realtà storica e l'esperienza reale che tutti facciamo ogni giorno da secoli e che assomiglia molto alla storiella dell'inflazione percepita...che secondo "taluni" sarebbe maggiore di quella reale, per ignoranza e pregiudizio...; a voi il discernimento!) http://web.tiscali.it/scuoleamiche/sito ... ngari.html

Sappiate che gli “zingari” detti anche “nomadi”, di etnia “sinta e “rom” non solo dichiarano a parole e per scritto (verificate pure anche nella letteratura presente in internet) di sentirsi un “popolo eletto e superiore” e che noi i “gagè” (gli indigeni o aborigini ed autoctoni sedentari o stanziali che ci consumiamo le mani e la schiena a guadagnarci il pane con il sudore della fronte e della mente) siamo loro inferiori per cui hanno il “diritto naturale, quello del più forte” di trattarci come “bestie”, ma lo praticano anche, da secoli, depredandoci con le rapine, i furti, le estorsioni, le truffe e se occorre anche rubandoci i “cuccioli” e uccidendoci come “bestie”;
si ricorda anche, come nei secoli dei “signori feudali”, gli zingari servivano, a volte, anche da braccio segreto e armato per i delitti più oscuri di questi "nobili" alla Don Rodrigo.

Questi zingari pare abbiano l’ideologia feroce e la cultura tipica dei “cacciatori-pastori” e dai loro comportamenti danno l’impressione di discendere direttamente dai fantomatici “Kurganici”, che con cavalli, carri e armi avrebbero assogettato l’Europa tra il neolitico e l’età del ferro, imponendosi con la violenza, sterminando e riducendo in schiavitù le pacifiche e imbelli popolazioni pre-indoeuropee.


Per assurdo, estendendo il vostro “buon cuore” se dovesse capitare nelle nostre comunità un gruppo di cannibali della Nuova Guinea dovremmo tollerarli, rispettare la loro cultura e il relativo diritto a farsi qualche cristiano (credente o ateo) ogni tanto, bollito, arrosto, spezzettato o crudo.

Credo che qualcosa proprio non quadri in tutto ciò!

Difendere gli zingari, come fate voi, senza rendervi conto, è di fatto un difendere il razzismo, sia pur un razzismo meno evidente ed eclatante di quello schiavistico dell’antichità (anche romana), di quello coloniale dei secoli scorsi e di quello ideologico di massa del novecento (nazismo e comunismo)!


Poi trovo contradittorio che voi difendiate tutte le "Culture e le Etnie minoritarie" ma che neghiate "all’etnia veneta" (bollandola di razzismo e di leghismo) il “sacrosanto e naturale diritto” di qualificarsi come “amalgama etnico storico” e quindi come “popolo”, come “lingua” come “cultura” e come “diritto politico all’autodeterminazione”.

Se nessuno vi ha mai informato, la Terra Veneta e il Popolo Veneto sono tra le terre e i popoli più ospitali, tolleranti e pacifici del mondo, da sempre, fin dal Paleolitico superiore, quando ancora gli uomini non sapevano come nascevano i figli e la mamma era la "Magica Madre".

Nella terra veneta, fin dalla preistoria più remota, le genti “venete” hanno avuto la stupefacente possibilità di realizzare un esperimento umano/evolutivo quasi unico.
Quì le culture dei cacciatori-raccoglitori-pescatori si sono integrate e fuse prima con quelle pastorali e agricole e poi con quelle dei metalli, aperti da sempre all’Europa intera e al Mediterraneo, nelle relazioni commerciali fin dal neolitico, con la lavorazione delle pietre, dell’ambra e della terra cotta o ceramica (cera = kera = tera).

Noi non abbiamo mai avuto una società marcatamente patriarcale come si ha nelle culture di derivazione prevalentemente pastorale, tipo quella sviluppatasi nei colli capitolini (per fare un esempio) o nell’Asia mesopotamica e medio-orientale, con le loro città e società stratificate, dove è nato l’inferno della schiavitù.

Da noi il Patriarcato è stato mitigato dalla persistenza millenaria del Matriarcato, difatti la nostra deità più importante era la femminile Reitia e continua oggi con la Madonna; Zeus e Marte non hanno mai prevaricato Pora Reitia Sainatei.
Il nostro diritto Veneto o Venetiano non è quello romano e nemmeno quello napoleonico; da noi la donna ha sempre contato quanto l’uomo, e il capofamiglia, prima il fratello della madre (zio/ZEUX) e poi il padre (dopo la scoperta della funzione fecondatrice maschile) non hanno mai relegato la donna in totale soggezione e in schiavitù.
Per Noi Veneti la Sacra Famiglia Cristiana, con la Madonna che continua la Magica Madre e San Giuseppe il padre putativo, che assomiglia tanto allo zio materno matriarcale, e il loro figlio Gesù, nato magicamente dal Padre Celeste (cavolo, cicogna,...), padre di Noi Tutti, è la fusione perfetta tra l'antica famiglia matriarcale e la sucessiva famiglia patriarcale. Il “mitico” Gesù è venuto a mitigare gli eccessi patriarcali (ed etnorazzisti) recuperando gli antichi valori matriarcali della comunità, ricordandoci l’antica e primitiva ugualianza degli uomini (universalismo cristiano).
L'immacolata concezione è il dogma che sancisce questa fusione tra la famiglia preistorica e quella storica.

Per secoli la Venetia e la Repubblica Veneta, furono il rifugio di tutti i perseguitati della penisola italica, del continente europeo e anche dell’Asia orientale non islamica.
In terra Veneta trovarono rifugio molti ebrei perseguitati d’Europa, a cominciare da quelli spagnoli; vi si rifugiarono anche Galileo Galilei, Dante Alighieri, Renzo Tramaglino e fecero proclamare al Petrarca e al Manzoni che la terra veneta era la terra della libertà.

Se genti così pacifiche, civili, tolleranti come i Veneti, se una Repubblica laica e ospitale come quella Veneta fu costretta a emettere delle Parti (leggi) contro gli zingari, a tutela delle genti venete, vuol proprio significare che questa etnia nomade, da secoli pratica la quotidiana depredazione sistematica e da secoli rifiuta ogni forma di integrazione e di rispettare anche i X comandamenti, nonostante si dica cristiana e sempre da secoli si fa odiare da tutti con le sue “pratiche predatorie”, altro che pregiudizi!

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Messaggio   Inviato: 05 Ott 2007 - 20:22 Rispondi citando Torna in cima

Credo sia interessante anche questo ...

Beppe Grillo e i rom:

http://www.politicaonline.net/forum/sho ... p?t=373659

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Messaggio   Inviato: 11 Ott 2007 - 19:51 Rispondi citando Torna in cima

Vi riporto questa notizia, data da tutti media:
Sevizia fidanzata in Germania, sconto di pena ''perché è sardo''
http://www.adnkronos.com/IGN/Esteri/?id=1.0.1413994893

La notizia non è direttamente legata al tema dei "nomadi", ma alla tematica più generale della diversità di atteggiamenti che gli uomini, gli stati, le istituzioni manifestano nei confronti di altre etnie e culture.

Per questo giudice tedesco "l'essere sardo", con la sua specificità culturale e antropologica, è un'attenuante.

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