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H. ergaster


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01 Apr 2007 - 13:51 |
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| Oggetto: 1 aprile 2007: La via alla interdisciplinarietà |
Recentemente alcune discussioni sul forum della comunità sono ritornate sul concetto di interdisciplinarietà. Fin dalle origini di Anthropos si è sempre parlato di relazione tra antropologia fisica e antropologia culturale, attraverso un approccio interdisciplinare.
Un argomento che è già stato affrontato più volte nel forum, ma come elemento tangente alle discussioni. Che cos'è in fondo l'interdisciplinarietà? Esiste una sola via all'interdisciplinarietà o esistono diversi modi di concepirla?
In particolari ricerche sorge la necessità di interpellare più esperti di discipline diverse per raggiungere l'obiettivo. Ognuno dunque porta il suo contributo, per ciò che gli compete, senza eccedere nelle interpretazioni e "invadere il territorio" dei colleghi. Ma può esistere anche l'interdisciplinarietà di una sola persona, che per esigenze proprie coglie l'opportunità di accedere, più o meno in maniera approfondita, ad altre discipline.
In entrambe le modalità si notano vantaggi e svantaggi di approccio. Una ricerca che si avvalga del contributo di diverse persone, che si fermano al proprio campo, ha la possibilità di raggiungere l'obiettivo attraverso tanti modi di osservare la realtà sperimentale quanti sono gli esperti che vi partecipano. Ma si corre il rischio di una scarsa collaborazione, di essere dispersivi e di non riuscire a giungere ad alcunchè.
D'altro canto, un solo individuo che si approccia a più discipline non avrà forse problemi a raggiungere il suo scopo, ma la via da percorrere potrebbe essere segnata dalla limitata conoscenza di alcuni aspetti, mentre i tempi si allungherebbero.
Si giunge allora alla domanda che ci si poneva all'inizio di questo editoriale: per gli Antropini di questa comunità virtuale, cos'è l'interdisciplinarietà? Come applicarla concretamente? Quale è la differenza con la multidisciplinarietà, se esiste? |
_________________ Moreno Tiziani - professioneantropologo.it |
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phoenix
A. ramidus


Registrato: 21 Giu 2007
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  Inviato:
21 Giu 2007 - 16:27 |
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Rispondo a questo post riportando la mia chiave di lettura alla questione, ciò mi permetterà anche di presentarmi al forum.
Sono uno studente di giurisprudenza e mi sono avvicinato all'antropologia dopo aver scelto di seguire, quasi per caso, un corso di antropologia giuridica.
L'antropologia giuridica è una branca dell'antropologia culturale che si occupa del diritto (elemento costante e fondamentale di tutte le culture umane) e che trova i suoi più grandi cultori in Francia, Germania, Regno Unito, U.S.A...in Italia, fatto comune molte discipline, stenta a trovare un riconoscimento ufficiale nelle facoltà giuridiche e così al massimo la si può trovare in qualchè università fra le materie a scelta.
L'antropologia giuridica è una materia importantissima per il giurista, essa lo accompagna dove si ferma il lavoro dello storico del diritto (roma monarchica) e del comparatista (società con diritti di civil law o common law, tutti comunque di derivazione europea) e quindi in tutte le società passate e presenti nelle quali non è esistito (in modo assoluto e generale prima del 1789 se si vuole usare una data convenzionale) e non esiste tuttora il legame, attualmente ritenuto quasi inscindibile, tra stato, legge e diritto.
Ora io capisco (con qualche riserva) il laureato in giurisprudenza che vuole fare l'avvocato o il magistrato e non gli interessa sapere come viene regolato il conflitto nelle società acefale o (con molte riserve) nella comunità islamica, ma il giurista che intende capire la genesi dei moderni istituti giuridici o le soluzioni che si discostano dal c.d. modello occidentale non può fare a meno dell'apporto dell'antropologia giuridica.
A questo punto il giurista che assume questo approccio può rendersi conto che le tradizionali definizioni giuridiche della nostra cultura ( p.es. famiglia, vincolo di parentela, processo, sanzione, adempimento, contratto.....) mal si adattano a culture così diverse dalla nostra. Ecco che allora servono definizioni più elastiche che possono essere prese in prestito dall'antropologia culturale : cosa intende l'antropologo per famiglia, per parentela, per sanzione...? sono definizioni che possono essere ricomprese entro schemi giuridici?
Ma il discorso fin qui fatto può essere utile finchè si parla delle culture attuali o comunque non molto risalenti nel tempo, come farebbe il giurista ad analizzare situazioni che si collocano attraverso milioni di anni senza l'apporto dell'antropologia fisica, dell'archeologia, della genetica, dell'etologia...
In sintesi sono convinto che se non si vuole avere una visione limitata del proprio oggetto di studio non si può prescinere da un approccio interdisciplinare.
Questo può essere realizzato attraverso gruppi di lavoro composti da cultori delle varie discipline (il Gruter Institut for Law and Behavioral Research per esempio si occupa delle correlazioni tra diritto ed economia e tra diritto e biologia comprendendo giuristi, antropologi, un genetista, un primatologo, un politologo, uno zoopsicopatologo...) ma anche attraverso lo studio individuale che ovviamente non implica la ricerca autonoma nei campi d'indagine delle materie che servono da supporto al proprio studio.
In pratica un giurista non diventa automaticamente un antropologo solo perchè utilizza l'approccio antropologico nella comprensione di alcune situazioni giuridiche. Ma non è vero in modo assoluto neanche il contrario, è questo il caso in cui,a mio parere si deve parlare di multidisciplinarietà.
Il discorso che ho fatto riproduce la mia esperienza e la mia formazione culturale, ma ritengo possa essere fatto per quasi la totalità delle discipline scientifiche e a maggior ragione per l'antropologia fisica e l'antropologia culturale. |
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H. ergaster


Registrato: 10 Mar 2003
Messaggi: 819
Località: Provincia di Varese - Roma
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  Inviato:
24 Giu 2007 - 22:30 |
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Ci sono Antropini che si interessano di antropologia giuridica, spero che postino anche loro!
Sull'interdisciplinarietà mi è capitato di riflettere ultimamente rileggendo un paio di racconti riuniti in Crociera nell'Infinito, di Alfred Elton van Vogt. Il noto scrittore di fantascienza aveva ambientato le sue storie sulla Space Beagle, nome che si rifaceva chiaramente al brigantino su cui Darwin, nel 1856, fece il viaggio che gli ispirò L'Origine delle Specie.
Il protagonista, Elliott Grosvenor, è l'unico rappresentante a bordo di una nuova scienza, il Connettivismo, che mira a (ri)stabilire i collegamenti tra le singole discipline, ormai troppo specializzate per poter interagire tra loro. ed è proprio la sua capacità "interdisciplinare" a risolvere i problemi che l'equipaggio incontra durante le sue esplorazioni spaziali, coordinando ricerche e guidando le "intuizioni" dei suoi compagni.
Van Vogt in un certo senso precorre i tempi: oggi si parla sempre più di iperspecializzazione delle scienze, e anche l'antropologia si è divisa in branche che si sono via via specializzate, oppure separate in scuole di pensiero che fanno fatica a dialogare tra loro.
Non a caso il Connettivismo ricorda da vicino la Teoria dei Sistemi di Von Bertanlaffy, che però sarà ideata tanti anni dopo la stesura dei racconti.
Strano come gli spunti di riflessione possano arrivare da ogni parte...  |
_________________ Moreno Tiziani - professioneantropologo.it |
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