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sarabruni
A. afarensis


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Inviato:
06 Mar 2007 - 18:25 |
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| Oggetto: Antropologia e lavoro |
Buondì a tutti,
spesso nelle discussioni portate avanti all'interno di questa comunità si è parlato dell'antropologia e degli sbocchi professionali legati a questa professione/formazione.
L'antropologia racchiude diversi campi a partire da quella culturale fino ad arrivare a quella fisica, all'etnobotanica e così via; dopo la riforma universitaria, inoltre, si è aperta la porta per una miriade di specialistiche da affiancare alla triennale laurea in antropologia.
Mi piacerebbe insieme a tutti voi tentare di delineare le possibilità lavorative che si prospettano per gli antropologi.
In altre discussioni, molto spesso se n'è parlato a livello teorico, immaginando campi di applicazione della disciplina, abbiamo parlato dell’atteggiamento che un antropologo dovrebbe seguire …del sapersi inventare il lavoro, della passione necessaria, della disponibilità a muoversi, ma io credo sia più utile entrare nel vivo della questione, quindi qui, oggi, vorrei proporre qualcosa di diverso.
Invito tutti voi che già lavorate o che cercate lavoro in quest’ambito a parlarci di come siete riusciti a sposare l'antropologia ed il lavoro, ossia, schietto e netto:
Cosa fate ? Quanto ha a che fare con l'antropologia la vostra occupazione? Attraverso quali canali vi siete mossi per accedere a tali impieghi? Attraverso quali percorsi (semplice laurea /master /stage) siete arrivati a lavorare come antropologi o affini?
Chi lavora nel turismo e cosa fa? Chi nelle scuole e cosa fa? Chi con enti ambasciate consolati associazioni? Chi in musei? Chi fa ricerca? Chi collaborazioni?
Immagino che molti dei laureati in queste discipline (come quasi tutte le discipline) si ritrovino poi a lavorare non esattamente come antropologi ma che abbiano dovuto inventare la loro posizione e allora vorrei invitare sempre tutte le persone con esperienze lavorative a parlarci della loro storia.
Può essere un modo per far luce sulle reali possibilità di inserimento e d’altra parte un modo per avvicinare i Senior ai Junior di questa comunità.
Avanti Senior …. e grazie per voler condividere con noi le vostre esperienze.
Sara |
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Lupo
H. ergaster


Registrato: 10 Mar 2003
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Località: Provincia di Varese - Roma
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  Inviato:
07 Mar 2007 - 16:03 |
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Sara ha centrato l'esigenza primaria di quanti chiedono informazioni circa le possibilità di lavoro nel campo antropologico. La cosa interessante è che generalmente si chiede come può guadagnare il pane un antropologo, ma non come e quanto l'antropologia serva anche in altri lavori.
Mi sembra un aspetto non secondario, proprio perchè chi ha fatto antropologia (fisica o culturale che sia) si è ritrovato spesso a fare lavori in cui la ricerca antropologica così come è comunemente intesa semplicemente si può fare.
Nel mio caso, pur provenendo dall'antropologia fisica, ho salutato la ricerca di laboratorio nel momento stesso in cui ho deciso di non continuare con la carriera universitaria. E visto che in dipartimento erano più le volte che mi chiamavano per un parere sull'ennesimo PC colpito da virus, mi sono riciclato nell'informatica e soprattutto nel web content management, ovvero l'organizzazione dei siti e dei loro contenuti, oltre a scrivere articoli a richiesta.
Nel campo informatico e nell'ambito del web in particolare ci ho sempre "sguazzato"; ciò che mi mancava era il riconoscimento "ufficiale" di quanto sapevo già fare. Così ho fatto un corso di formazione FSE, che mi ha procurato un pezzo di carta adeguato. Ché si sa, il nostro è il paese dei pezzi di carta...
Nel contempo, com'è noto ai più, continuo a interessarmi di antropologia e in particolare di ecologia ed etologia umana. Qui sta il nocciolo della questione: sembrerebbe che il web content management non centri granchè con l'antropologia fisica, eppure ogni giorno utilizzo quanto appreso durante i corsi universitari prima e l'autoformazione poi, per la costruzione di siti web e capire le esigenze dei clienti.
E' un dato di fatto che durante gli incontri con i clienti e i vari briefing con altri professionisti (grafico, designer ecc.), sussiste un confronto tra primati. Il primo incontro soprattutto è quello in cui si costruiscono le gerarchie, quelle vere, non quelle imposte dall'azienda. Sarò troppo "sociobiologico", ma osservando i comportamenti delle persone e i loro atteggiamenti, è impossibile non sperimentare questa affermazione sul campo.
Solo un esempio tra i tanti: ultimamente ho avuto un incontro con il capo di una web agency incaricata dalla mia cliente di affiancarmi nella costruzione di un sito. Osservavo questo tizio che gonfiava il petto, alzava la voce, allargava il suo spazio vitale per segnalare il territorio, specie davanti alla cliente, che essendo la capobranco, non fosse altro che è lei a pagarci tutti , era guardata come la femmina alfa.
In questi contesti sorge la necessità di sfruttare quanto si conosce di etologia umana per capire cosa vuole il cliente e come sfruttare al massimo il team di sviluppo che, in fondo, è un gruppo di primati che si è aggregato non per scelta, ma per comando.
Allo stesso modo, la progettazione dei siti web, al di là dei criteri di navigazione, usabilità e di strutturazione dei contenuti, implica l'inclusione di alcuni principi di ergonomia, nel momento in cui si considera da una parte la postazione utlizzata per la navigazione, dall'altra l'organizzazione della pagina in funzione dell'attività visiva e di coordinamento occhio-mano (le stesse cose tenute in considerazione quando si parla di ominazione! )
Tra parentesi, la maggior parte di coloro che si occupano di ergonomia ha alle spalle una carriera da studente o ricercatore di antropologia. ed è facile intuire quanto gli egonimisti siano cercati per la progettazione di oggetti.
Cioò che mi manca è una visione più culturale di certe problematiche. Il web è fatto di relazione umana: teoria dei giochi ed etologia umana spiegano alcune cose ma non altre. Le reti sociali in questo discorso sono il tallone d'Achille e dovrei effettivamente interessarmi a questi aspetti per rendere più completo anche il mio lavoro.
Tra l'altro, attualmente sto curando un sito i cui prodotti si basano, come campagna di marketing, sulla diversità culturale e il melting pot. La campagna era già stata strutturata prima che venissi ingaggiato e quindi più di tanto non ho potuto avere voce in capitolo, ma anche se fosse stato possibile, non avrei avuto le basi per coiadiuvare lo staff. Ci sarebbe voluto un etnologo, sicuramente. C'è spazio anche per gli antropologi culturali quindi!
Un'ultima segnalazione che riguardano tre puntate di Radio3 Scienza che offrono, più o meno in maniera approfondita, degli spunti utili per la discussione in corso: si tratta di Una vita normale, Che ganzi quei pupi, Quel fenomeno del cellulare. |
_________________ Moreno Tiziani - professioneantropologo.it |
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Kara
A. afarensis


Registrato: 23 Dic 2004
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  Inviato:
08 Mar 2007 - 08:41 |
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Io insegno in una scuola elementare, e certamente non ho una formazione da antropologa, dato che sono (forse) agli ultimi esami nell'ambito del corso di Conservazione dei Beni Culturali.
La scuola in cui lavoro si trova in un'area del centro storico che ha il pregio non comune di confinare con una zona residenziale, per cui i bambini che frequentano la scuola fanno parte dei "mondi" più disparati, permettendo di porre in atto con un buon successo strategie di integrazione, ricreando all'interno della scuola un vero e proprio "mondo reale in miniatura", in cui sia presente la varietà umana più vasta.
Ovviamente integrazione, l'ho già sottolineato più volte, non vuol dire assimilazione, e qui sta la difficoltà; ed è anche qui che entra in gioco l'antropologia, che aiuta a creare momenti di incontro e di conoscenza reciproca, di accettazione delle differenze come fattore ineludibile e che non è necessario appianare, potendo costituire un arricchimento anziché un ostacolo.
Un altro campo in cui l'antropologia aiuta (fisica, questa volta) è, ovviamente, quando si studia l'evoluzione dell'uomo, durante la preistoria.
Ancora un'ulteriore soluzione che è presente nella nostra scuola, ed ultimamente anche in altre, ma senza ancora essere un'iniziativa molto diffusa, dato il maggior impegno e lo studio continuo che implica, è un percorso differente rispetto a quello tradizionale relativo all'insegnamento della religione.
L'insegnante di religione che opera nella nostra scuola non "fa" religione cattolica, dato l'alto numero di alunni provenienti da famiglie che professano le religioni più diverse, oltre a molti che non chiederebbero l'insegnamento della religione cattolica comunque; per evitare la scissione della classe tra "chi segue l'ora di religione cattolica" e "chi segue le attività alternative alla religione cattolica proposte", si è scelto, in accordo con i genitori, di mantenere l'unità delle classi e di svolgere un programma legato ad un "Progetto Interculturale delle Religioni", che prevede un approccio del tutto laico (approvato dalla Curia, anche se inizialmente senza troppo entusiamo), alla religione come esigenza spirituale dell'uomo in quanto tale, prendendo in esame la maggior varietà possibile di espressioni religiose, con un percorso di riflessioni, osservazioni e confronti da parte dei bambini, se possibile coinvolgendo i bambini stranieri, che diventano spesso protagonisti.
Il tutto in una prospettiva strettamente interdisciplinare, che presuppone, ovviamente, una progettazione molto complessa, che necessita di diversi aggiustamenti "in itinere", ma che dà una serie di soddisfazioni davvero grandi e interessa molto i bambini (e le loro famiglie)!
Anche questo, secondo me, è un modo di "fare antropologia"...  |
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DarioDavid
A. ramidus


Registrato: 22 Giu 2006
Messaggi: 3
Località: napoli
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  Inviato:
25 Giu 2007 - 13:00 |
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Ciao lupo, anche io sono passato dalla "sociobiologia" al marketing, e dovrei ritenermi addirittura fortunato del fatto che a 27 anni, a Napoli, ho già un lavoro a tempo indeterminato. Tuttavia la propensione alla ricerca va sfumando, l'autodidattica comincia a subire i pesanti reflussi della stanchezza postlavoro. Mio padre (quando era in vita) un giorno lasciò l'ufficio dove disegnava tessuti, per mettersi a fare l'artista: dipingeva quadri a olio, ed ottenne anche un discreto successo. Ma se di punto in bianco qualcuno volesse abbandonare il proprio ufficio per fare l'antropologo, cosa si dovrebbe mettere a fare?
Il punto è che se da un lato la conoscenza dell'etologia umana può giovare in moltissime situazioni, dall'altro non prevede una sistemazione centrale, in cui cioè sia la mansione che le competenze, convergano in uno specifico lavoro (possibilmente retribuito!). Non trovi?
Dario |
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Lupo
H. ergaster


Registrato: 10 Mar 2003
Messaggi: 819
Località: Provincia di Varese - Roma
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  Inviato:
25 Giu 2007 - 17:23 |
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Sottoscrivo e non è che io non mi riconosca in quanto dici! Ma da un certo punto di vita mi sembra una situazione a circolo vizioso: manca la constatazione del fatto che nel nostro paese la figura dell'antropologo sia fumosa e che non sembri essere collegata alla realtà quotidiana. Abbiamo una disciplina che potrebbe inserirsi nel mondo del lavoro tranquillamente, a fronte di difficoltà che non riguardano la figura dell'antropologo in sè.
Cominciamo con la formazione: all'università, purtroppo, l'insegnamento della materia è sempre uguale a se stesso (ma vale in generale, non solo per l'antropologia): poche sono le forme di innovazione e soprattutto i corsi che danno agli studenti la capacità di vedere applicazioni pratiche a quanto imparato.Il problema seguente è su due fronti: da una parte il pubblico/cliente, che anche per scarsa informazione pensa che l'antropologo (quando ha almeno presente la parola), vada solo a studiare chissà quali culture esotiche; dall'altra gli stessi antropologi che non fanno molto per inserirsi e sperano di essere chiamati a fare... l'antropologo (!), quando nel contempo pensano essi stessi che le loro uniche possibilità siano di andare a studiare proprio quelle culture che ha in mente il pubblico (che comprende, guarda caso, anche gli antropologi! ).
Sto facendo una piccola iperbole, ma spero di aver reso il punto focale del discorso. Spesso ho la sensazione che siano gli stessi antropologi, fisici e culturali che siano, a non saper bene quale sia il loro ruolo e le loro possibilità in un mondo che cambia rapidamente e che ha bisogno di interpretazioni profonde di ciò che siamo.
Non si fa poi molto per applicare quanto imparato all'università o come autodidatta al contesto in cui si vive. Inutile pensare anche a crearsi nuove "nicchie" lavorative, meglio andare su sentieri già battuti!
Per me, fare l'antropologo va al di là dello stereotipo comune: alcuni mi chiamano web manager, altri antropologo fisico, ma sono solo etichette: in quello che faccio ci metto la mia formazione antropologica e tecnica, a diversi livelli. E facendo così, spero di far passare anche se lentamente l'idea che l'antropologia serva anche nel contesto aziendale.
L'obiezione che si potrebbe fare è che non vengo chiamato come "antropologo" ma come "web manager". Vero, ma proprio per quanto detto sopra, i clienti non sanno neanche che cosa serve in un dato contesto (vedi la campagna di marketing che utilizza la multiculturalità). E così dobbiamo "penetrare il mercato", per usare un'espressione di marketing, in un altro modo.
In Italia è ancora una battaglia, in altri paesi va decisamente meglio, vedi la Context Based Research che fa consulenze alle aziende mandandovi i suoi etnologi, oppure il lavoro di Richard Harper per Vodafone UK, per cui ha costruito un'intero servizio per cellulari basandosi sul Kula. Ma di esempi ce ne sono diversi, sono lì per prenderne spunto!  |
_________________ Moreno Tiziani - professioneantropologo.it |
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Velt
A. ramidus


Registrato: 02 Dic 2003
Messaggi: 38
Località: Milano
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Inviato:
22 Ott 2007 - 16:56 |
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Ciao a tutti!
Anche io condivido appieno le ultime parole di Lupo...ho constatato, anche per esperienza personale, che lo schema mentale che presiede al discorso 'antropologia come professione' è uno schema tautologico, ossia "voglio fare l'antropologo perchè gli antropologi fanno gli antropologi"! Per conto mio posso dire che sto cercando, tra mille difficoltà, di affermare l'antropologia, nel mio piccolo, come lavoro professionale. Io sto per laurearmi con un indirizzo ben specifico ed è da mesi che cerco di elaborare modelli funzionali. Sono arrivato a poche ma sicure conclusioni generali: primo, l'antropologia come settore professionale, non disciplinare, almeno in Italia non esiste. Bisogna letteralmente inventarsi un lavoro e quindi non tutti sono disposti a gettarsi nel vuoto senza alcun paracadute; insomma per molti un lavoro è qualcosa come "dimmi quello che c'è da fare e mi impegnerò al massimo per farlo".
Secondo, in quanto mestiere da inventare, bisogna avere l'umiltà di riconoscere che pochi sanno cosa sia un antropologo e ancora meno intuiscono che le sue conoscenze possano avere un'applicazione pratica. Io parto da un discorso quasi artigianale: vediamo a chi possono servire le mie conoscenze, individuiamo i macro-problemi, parliamo con i diretti interessati traducendo i nostri macro-problemi con i loro micro-problemi, analizziamo la letteratura ed elaboriamo modelli funzionali.
Io la penso così....perfettibile, rivedibile, imperfetto, ma è comunque qualcosa da cui iniziare! |
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casalingacolta
A. ramidus


Registrato: 26 Ott 2007
Messaggi: 1
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  Inviato:
26 Ott 2007 - 10:27 |
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Ciao a tutti! Sono una nuova adepta!
Io sono laureata in antropologia culturale, sono del nuovo ordinamento, quindi ho fatto il 3+2 e al momento sono iscritta ai corsi singoli x avere i crediti che mi mancano x la ssis, dato che questi crediti sono venuti fuori nel 2005 e io nel 2005 ho preso la triennale e ho cominciato la specialistica, e ormai i piani di studio erano stati fatti dai professori con i criteri vecchi. Quindi i 40-50 (ho perso il conto) esami in 5 anni non mi sono bastati.
Vorrei rispondere a quella riflessione sull'antropologia come ingegneria.
Se fossimo in un altro mondo, sarebbe vero. Ma con il nuovo ordinamento si ragiona per classi di laurea e la classe 1/S è equillonte alla vecchia laurea in Lettere. non la puoi vendere come Scienze politche o altro. Anzi, a volte non te la considerano nemmeno come laurea in Lettere. Siamo nel mondo delle settorializzioni, ognuno ha la sua specializzazione.
Ho preso la certificazione ditals per insegnare italiano agli stranieri, e per prenderla era necessaria la laurea in materie umanistiche. La laurea in antropologia non rientrava tra le dispiline umanistiche, ho dovuto fare il doppio delle ore di tirocinio richieste per prendere questa ceritficazione e fare dei lavori a progetto in questo campo. Per poi sentirti sempre dire che l'antropologia non serve, ci vuole solo la linguistica. Cosa che può avere un senso, ma io, come laureata in antropologia, vorrei, più che insegnare italiano agli stranieri, gestire progetti di intercultura. Ma è impossibile lavorare in questo campo, se ne occupano presone incapaci e senza formazione e gli antropologi non vengono mai chiamati in causa.
Io mi sono occupata nelle mie 2 tesi di educazione interculturale, dovrebbe essere il lavoro del momento, ma non è così. Con il nuovo ordinamento hanno dato dignità accademica all'antropologia, perché finalmente è una laurea, ma non ha dognità sul piano del lavoro. Io mi sento continuamente dire che non è la formazione giusta per lavorare nella mediazione sociale (ma stiamo scherazndo?!) e poi nei vari concorsi pubblici non viene presa in considerazione com classe di laurea. Guardiamoci in faccia: abbiamo un futuro buio. |
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Velt
A. ramidus


Registrato: 02 Dic 2003
Messaggi: 38
Località: Milano
Status: Offline
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  Inviato:
26 Ott 2007 - 14:42 |
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| Citazione: |
Guardiamoci in faccia: abbiamo un futuro buio
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Per questo io rilancio la mia idea: il lavoro da antropologo è da creare se qualcuno non ti da' credito come lavoratore dipendente o collaboratore. Crea progetti validi, mostrali a chi di dovere e convincili che funzioneranno. Io di porte in faccia ne ho prese ma sono convinto che questa al momento sia la strada percorribile. |
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RODOTICONA
A. ramidus


Registrato: 01 Gen 2008
Messaggi: 1
Località: Milano
Status: Offline
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  Inviato:
01 Gen 2008 - 01:29 |
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BUON ANNO 2008 A TUTTI;SONO UN ANTROPOLOGO PERUVIANO CHE ABITO A MILANO DA 8 MESI ,NEL MIO PAESE SONO CINQUE ANNI DI STUDI PER ANTROPOLOGIA E LA MIA OPINIONE SU IL LAVORO E UN PO DI TUTTI: CHE TROPPO BENE HANNO SCRITO LORO. PER LAVORARE NELLA PROFESSIONE E DIFFICILE PERCHE NON E UNA PROFESSIONE CHE SE CERCA IN QUALSIASI GIORNALE DI LAVORO. SI QUALQUNO HA SCELTO LA ANTROPOLOGIA PER TROVARE UN LAVORO SUBITO DOPO DI LA LAUREA HA SBAGLIATO. LA NOSTRA E UNA PROFESSIONE CHE CI PERMETTE DI GUARDARE A LA SOCIETA DOVE SI TROVERANNO E ABITARANNO NEL MODO PIU REALE Y PROFONDO CHE GENTE COMUN (ANCHE ALTRI PROFESSIONALE) NON POTRA FARLO, DA LI A PRENDERE UN LAVORO COME ANTROPOLOGO DIPENDE DI COME OGNI UNO COSTRUISCE IL SUO CAMINO, CERCARE NELLE ONGS CHE SAPIAMO BENE CHE UN MODO DI GUADAGNARE SOLDI FACENDO FINTA DI ESSERE UN ANTROPOLOGO PERCHE IL DOVERE DI TUTTI CHE LAVORANNO EN UNA ONG E ARRIVARE A LO CHE VUOLE LA ISTITUZIONE.UNA BELLA VERITA E QUELLA DI CHE ANCORA UN ANTROPOLOGO PUO DIVENTARE UN SPAZIO DI LAVORO,LA PENNA E CHE NO SEMPRE SI VINCE....MI SCUSA PER GLI ERRORI DI GRAMATICA, ANCORA NO STUDIO LA SUA LINGUA PER MAMCANZA DI TEMPO..........PERO UNA COSA POSSO DIRLO CON TUTTO IL ORGOGLIO LA NOSTRA PROFESSIONE E LO PIU BELLA DI TUTTI PERCHE CI PERMETTE DI CONOSCERE BENE AL ESSSERE UMANO SIA DI QUALSIASI PROCEDENZA....CI SALUTO  |
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odisseo
A. ramidus


Registrato: 02 Nov 2007
Messaggi: 1
Località: Marsicovetere (PZ)
Status: Offline
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  Inviato:
14 Feb 2008 - 00:56 |
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ciao a tutti. coniugare l'antropologia e il lavoro retribuito? lavoro arduo, ma con un pò di fortuna si trova qualche sbocco, almeno per accumulare esperienza, e naturalmente parlo di quella sul campo. vi racconto la mia. laureato in antropologia a perugia, ho contattato, su indicazione, l'ONG COOPI di milano, che cercava una figura in grado di affrontare un'esperienza trimestrale, come volontario (in questo caso la definizione "volontario-antropologo" che ho letto su altre pagine di questo forum ci sta tutta)[indicazione bibliografica: anna caselli paltrinieri "Oltre le frontiere"], con l'obiettivo di fornire delle informazioni riguardanti l'organizzazione sociale degli Afar (nord dell'Etiopia), la gestione del potere a livello locale ed il rapporto tra le istituzioni tradizionali e quelle amministrative e governative. insomma, inserendomi in un progetto di sviluppo in fase di realizzazione da parte di un'organizzazione internazionale ho avuto la possibilità di applicare tutto ciò che leggiamo sui testi di settore. è un 'esperienza che da un'enorme stimolo a continuare a coltivare la passione per l'antropologia e per l'uomo in generale. 3 mesi in un villaggio ti rendono il senso della dimensione "reale" di questo mondo, di quanto ogni uomo, in ogni parte del pianeta, condivida identiche aspirazioni, affronti simili sfide, dia un senso a tutto, e colga dal suo ambiente gli strumenti necessari per soddisfare le sue esigenze. potrei parlarne per ore, eppure rischio di non essere chiaro. quindi, per farla corta...nonostante lì mi sia sentito un piccolo evans-pritchard, o chi altri, non posso ancora riconoscermi come "antropologo", nel senso che la strada per diventarlo è ancora lunga. può sembrare una banalità ma è per dire che l'impossibilità, per qualcuno, di offrirci un posto di lavoro (dato che è di questo che si discute) è strettamente legata alla natura stessa della nostra disciplina, che prevede un cammino lungo di crescita e anche di piccole delusioni e sofferenze. l'importante è continuare a crederci e realizzare anche nel proprio piccolo la prospettiva antropologica. insomma non siamo economisti, o avvocati, o ricercatori nel campo medico o chimico, che comunque necessitano di esperienza, ma che seguono percorsi formativi diversi dai nostri e che soddisfano le richiesta sociale. la nostra figura, nonostante io la consideri di una importanza unica, non soddisfa tali richieste, e quindi mettiamoci l'anima in pace e organizziamoci affinché in futuro venga riconosciuta diversamente. questo è il mio punto di vista. |
_________________ raffa |
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