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Chi è l'Uomo? Introduzione all'antropologia filosofica in dialogo con le culture

Domenica, 22 Novembre 2009 - 17:11 Inviato da : Kleber

Titolo: Chi è l'Uomo? Introduzione all'antropologia filosofica in dialogo con le culture
Autore: Pombo Kipoy
Anno: 2009
Pagine: 238
Editore: Armando
Prezzo: 20,00 €
ISBN: 9788860813824

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L'Autore dedica questo libro alla ricerca su uno degli interrogativi classici della riflessione filosofica: chi è l'uomo? La riflessione segue due vie: quella filosofica tradizionale e quella, definita "etno-antropologica" mediante il confronto con alcune culture "altre".

La prima parte è dedicata alla ricostruzione della storia della filosofia occidentale, a partire dai Greci, passando per la filosofia medievale, sino all'idealismo e all'esistenzialismo. L'A. esamina le nozioni di riduzionismo, individualismo, naturalismo, ed evidenzia l'importanza del personalismo cristiano.

La seconda parte è dedicata invece alla ricostruzione delle antropologie derivanti dall'Asia e dall'Africa. E' la parte, pertanto, etno-antropologica. Qui l'A. considera il Confucianesimo e il Taoismo (e Neo-Taoismo) come sostanzialmente simili, sulla base dell'identità del rapporto tra morale e spirito presente in entrambi: l'umanesimo si contrapporrebbe, in loro, al naturalismo e al supernaturalismo.

Il complesso della sapienza asiatica, e cioè queste due grandi tradizioni cui si aggiunge il Buddismo, porterebbe al riconoscimento delle interconnessioni di tutte le modalità di esistenza che definiscono la condizione umana, dalla famiglia, alla comunità, al mondo, al trascendente: una saggezza che sarebbe confermata anche dalla psicologia contemporanea (pp. 84-5).

E' da rilevare che il Buddhismo e il Confucianesimo sono qui interpretati e letti come vie sapienziali, non relative alle realtà cinesi o indiane ma universali. L'A., pertanto, procede estrapolando da queste due sapienze asiatiche una sorta di antropologia filosofica, quasi che lo scopo del Buddismo e del Confucianesimo fosse stato proprio quello di costruire una filosofia e le renda comparabili alle posizioni filosofiche occidentali, antiche e moderne.

Lo stesso procedimento sincretistico è usato per ricostruire una sapienza africana. Partendo dalla base di una ampia letteratura, tutta di autori contemporanei, l'A. ricostruisce quello che dovrebbe essere una sorta di modello pan-africano di umanità. E' possibile riassumere gli elementi principali di questo modello definendo l'uomo come un essere relazionale, sociale, comunitario (in opposizione, quindi, all'individualismo tendenziale dell'occidente); capace di rapportarsi agli altri esseri, a cominciare dagli altri esseri umani, lungo una scala che va dalla famiglia, al clan, all'intero mondo umano, sino alla natura e agli altri esseri spirituali, quali gli antenati e la divinità.

Facendo saltare pertanto la netta distinzione tra dimensione umana e dimensione supernaturale che sarebbe tipica dell'occidente; tremendamente concreto, infine, nel suo rapporto con il corpo, nella sua "corporeizzazione". Il vissuto corporale sarebbe essenziale per gli africani e di qui oltre all'assenza del dualismo occidentale tra corpo e anima, anche l'importanza comunicativa dei gesti e del contatto fisico diretto.

Ora, sarebbe facile contestare all'A. l'assenza di una prospettiva storicista nell'affrontare tali problemi. Facile ma ingiustificato, poiché l'A. ha stabilito che il suo problema è definire la struttura dell'essere umano come essa si manifesta prima e dopo la storia: la dimensione trascendentale dell'essere umano che è valida per tutti i luoghi e tutte le epoche.

Una antropologia che, al di là delle varie distinzioni storiche, tende a evidenziare: "ciò che è trans-culturale (cultura trascendentale), ciò che si erge al di sopra di tutte le culture e che, nello stesso tempo, ne è il substrato, cioè l'uomo in quanto persona con una sua propria identità e dignità" (p. 125). Poiché il metodo dell'A. è perfettamente commisurato ai suoi problemi, allora ha il diritto (e il dovere) di proseguire sulla sua strada.

Del resto, la ricerca di costanti e strutture comuni agli uomini è stata per lunghi periodi (si pensi a Lévi-Strauss) un tema anche dell'antropologia culturale. Quello che possiamo rimarcare, allora, è la distanza che separa l'antropologia culturale (e l'etnologia) dall'antropologia filosofica. La distinzione tra l'approccio etno-antropologico e quello filosofico è che nel primo le costanti nei comportamenti e negli usi dei vari popoli e culture servono a spiegare le differenze, nel secondo le differenze servono a spiegare le costanti.

Per poter stabilire un dialogo tra l'occidente e le altre posizioni, come la sapienza africana o quella orientale, l'A. è costretto a "filosofizzarle", a considerare queste sapienze alla stregua di posizioni filosofiche. Per far questo costruisce una filosofia a partire da elementi che filosofici non sono (o meglio, che filosofici non erano: è chiaro che oggi la globalizzazione e il prevalere della cultura occidentale ha prodotto anche l'assimilazione di queste tradizioni alla nostra filosofia).

Il Buddismo e il Confucianesimo non erano una filosofia (a meno di non ampliare il senso del termine "filosofia" sino a potervi chiudere dentro tutto, come quando si parla di "filosofia del turismo responsabile" o simili) ma dei modi per disegnare un cosmo. E, naturalmente, non era una filosofia un pensiero africano che, come pensiero unitario consapevolmente condiviso, non è mai esistito.

Oggi però è possibile utilizzare come filosofia sia i prodotti culturali asiatici che quelli africani: è possibile grazie all'occidentalizzazione del mondo che ha ridotto ogni cultura a specchio dell'occidente. Cosicché se oggi è possibile imparare dall'Asia o dall'Africa è solo perché l'occidente impara da loro solo ciò che lui stesso ha prodotto in loro.

A questo punto, però, il confronto non è con Asia e Africa ma con ciò che noi pensiamo siano l'Asia e l'Africa. Se le cose stanno così, l'uomo disegnato dall'A., allora, più che l'uomo sopra o sotto la cultura, è l'uomo prodotto dalla cultura occidentale. Da quella porzione della cultura occidentale che è il cattolicesimo.

Il che non vuol dire, naturalmente, che questa concezione sia sbagliata (chi scrive si ritrova in molte delle posizioni espresse dall'A.), ma solo che questa è una concezione, una tra tante possibili. E una concezione che nasce in occidente e che risponde a domande ed esigenze solo occidentali.

Il libro si conclude con un'ampia terza parte riservata a discutere, secondo una antropologia filosofica di orientamento cristiano, quelli che sarebbero una serie di temi universali, comuni a tutte le culture e alla "natura" stessa dell'uomo, quali la morte, la sessualità e così via.

Dal punto di vista del contributo alla comprensione del diverso, propria degli studi etno-antropologici, l'utilità del volume è minima. Dal punto di vista della messa in discussione (e della ricostruzione critica) della cultura occidentale, invece, il libro offre una testimonianza importante dello sforzo sincero con cui in ambito cattolico si cerca oggi di superare alcuni vecchi steccati.


Indice

Le antropologie filosofiche di matrice occidentale
Alcune antropologie filosofiche asiatiche e africane
La persona una man: essere relazionale
La libertà dell'uomo
Corporeità, corpo e concezione unitaria della persona
L'antropologia di fronte al problema della morte e della sopravvivenza



Marco Menicocci

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