Titolo: Moolaadé
Regia: Ousmane Sembène
Anno: 2004
Interpreti: Fatoumata Coulibaly, Maimouna Hélène Diarra, Salimata Traoré, Dominique Zeïda, Mah Compaoré, Aminata Dao, Rasmane Ouedraogo, Ousmane Konaté, Bakaramoto Sanogo, Modibo Sangaré, Joseph Traoré, Théophile Sowié, Balla Habib Dembélé, Gustave Sorgho, Cheick Oumar Maiga.
Soggetto: Ousmane Sembene
Sceneggiatura: Ousmane Sembene
Fotografia: Dominique Gentil
Musica originale: Boncana Naiga
Montaggio: Abdellativ Raiss
Produzione: Produzione: Film Doomireew, Direction de la Cinématographie National, Centre Cinématographique Marocain, Cinétéléfilms, Le Films de la Terre d’Afrique, Ciné Sud Promotion (DVD: Medusa Home Entertainment)
Nazione: Senegal, Francia, Burkina Faso, Camerun, Marocco, Tunisia
Durata: 117'
Prezzo: € 8,90
Note: Formato video 16:9 - Audio: Francese, Bambara 2.0 - Dolby Digital 5.1; Sottotitoli: italiano; Tipo DVD: 9; Contenuti speciali: intervista esclusiva a Emma Bonino e Daniela Combo - Contributi di Amnesty International
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Trama: Moolaadé significa "protezione". In un villaggio del Burkina Faso, in Africa Occidentale, la coraggiosa Collé Gallo Ardo Sy offre il suo aiuto a quattro bambine scappate dal "taglio" iniziatico rituale: la Salindé. Collé era riuscita anni prima a salvare la sua unica figlia, Amsatou, dalla mutilazione genitale, dopo aver subito la perdita della prima bambina a seguito di questa pratica. Amatou ormai ha raggiunto l'età del matrimonio e gli abitanti del villaggio speculano sul fatto che nessun uomo sposerebbe mai una "bilakoro", ovvero una donna non purificata. A Collé tocca, nuovamente, la scelta più difficile: invocare il moolaadé, la protezione per le bambine venute a cercare riparo da lei. E così, determinata come sempre, compie il sacro gesto: tira un cordino da un capo all'altro dell'ingresso del complesso di case in cui vive, dando inizio al moolaadé. Fino a quando esso non verrà interrotto le bambine non potranno uscire né le donne incaricate di praticare il rito iniziatico - le salindana - possono accedervi. Le madri delle bambine scappate non intendono rimandare oltre l'iniziazione delle proprie figlie e di comune accordo con le salindana approfittano della riunione dei capivillaggio, per trovare una soluzione.
Gli uomini saggi del villaggio non intendono tollerare oltre il comportamento di Collé, in particolar modo data l'assenza del marito, dunque tentano la strada dell'ostracismo. Al ritorno del marito di Collè, Ciré Bathily, al villaggio il fratello, Amath Bathily, lo mette al corrente di quanto accaduto e lo redarguisce facendolo riflettere sul suo mancato potere nei confronti della moglie e la conseguente irriverenza della donna nei suoi confronti. Si accusa Collé di farsi influenzare negativamente dall'unica via di comunicazione di massa che possiede, la radio, e come lei altre donne potrebbero farsi condizionare; tutti gli uomini del villaggio decidono dunque di confiscare gli apparecchi radiofonici e dargli fuoco dopo averli accatastati davanti alla Moschea. Ciré viene spronato a punire pubblicamente sua moglie obbligandola con la violenza a pronunciare la parola che interrompe il moolaadé. Durante la fustigazione nella piazza del villaggio, alla quale sono accorsi tutti gli abitanti e i vecchi saggi, la mamma della bambina più piccola, Diatou, si reca presso la casa di Collé e con un escamotage fa uscire la figlioletta portandola di nascosto nel luogo cerimoniale per sottoporla alla MGF. La piccola, purtroppo, muore tra le braccia della madre dopo atroci urla e opposizioni alla pratica. A sostenere Collé nella lotta contro le tradizioni troviamo Hdjatou, la Prima moglie di Ciré che si schiererà al suo fianco fino all'ultimo. A fare da contorno alla vicenda vi è il personaggio di Mercenario, un commerciante che offre varie mercanzie al villaggio e che è vissuto in Europa per lungo tempo; tornato in Africa si rende conto di non tollerare più la violenza che viene venduta alle donne come tradizione e parola del Corano; sarà proprio lui a fermare la frusta, a salvare Collé arrivata allo stremo delle forze, dalla furia inconsapevole del marito Ciré, e per questo pagherà con la vita, non senza aver prima pronunciato una delle frasi più forti e controverse del film: "Maledetta Africa".
Quando Collé viene informata della morte della piccola Diatou si rende conto che non è riuscita a tener fede al suo scopo e non le resta altro che interrompere la 'protezione'; chiede dunque alla figlia Amsatou di togliere il cordino fuori dall'ingresso. Le donne del villaggio si uniscono al grido di Collé e si recano dai saggi e dalle salindana pretendendo di porre fine a questa brutale tradizione. Un concatenarsi di eventi e relativi personaggi fanno capitolare la trama al suo punto focale: la resa dei coltelli e l'abbattimento della pratica rituale.
I primi anni di questo terzo millennio sembrano essere particolarmente produttivi per la cinematografia etnografica; a tutto tondo.
Nelle sue diverse espressioni tocca quasi tutti i continenti del mondo e racconta, con lo sguardo vigile e mediato di una telecamera comandata a puntino, le culture, spopolando nei cinema di mezzo mondo; cosa che di rado, dalle sue origini, era riuscita a fare.
Sebbene il cinema etnografico resti un genere d’élite, riservato a studiosi, accademici e virtuosi che lo producono e lo criticano al fine di costruire riflessioni edificanti sulla società contemporanea nelle sue diverse espressioni, non si può negare che la grande distribuzione stia facendo un grande lavoro di sensibilizzazione, mostrandosi interessata a pubblicizzare prodotti cinematografici un tempo considerati genere di nicchia.
Eppure si corre sempre un rischio quando si porta un documentario etnografico di questo tipo in sala: il passo dal mostrare, sensibilizzare, al fare retorica dei diritti umani è molto breve; troppo breve, e il prezzo che si paga è l’indifferenza. Capita con le campagne di advocacy più agguerrite di grandi Ong, figurarsi con un regista e un produttore indipendente che ha speso magari tutti i risparmi di una vita per mostrare al mondo l’ennesima verità.
Ma il discorso non vale per Ousmane Sembene. Sta di fatto che il 2004, 2005 e 2006 sono stati anni d’oro per i film-verità, e molte produzioni hanno preso le mosse dall’ondata di coinvolgimento emotivo portata, ad esempio, dal progetto "No-Excuse 2015", gli obiettivi del millennio, cogliendo al volo la possibilità di denunciare, anche cinematograficamente, le carenze di un mondo e di una società globale alla deriva.
Il terzo obiettivo, che riguarda il genere, parla chiaro in merito. Ma forse siamo noi a volerci vedere questo, forse è il solito paternalismo occidentale che mira a compatire piuttosto che a capire realmente come stanno le cose. E l’atteggiamento che si può avere accostandosi alla visione di Mooladé è, sulle prime, il classico ego-centrismo: "
Io disapprovo, perché io sono nata in occidente dove queste barbarie non si compiono, noi sì che siamo donne libere!".
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