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Antropologia medica. Saperi, pratiche e politiche del corpo

Lunedì, 20 Marzo 2006 - 19:58 Inviato da : Francy

Titolo: Antropologia medica. Saperi, pratiche e politiche del corpo
Autore: Pizza Giovanni
Anno: 2005
Pagine: 308
Editore: Carocci
Prezzo: € 20,20
ISBN: 88-430-3211-9

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"L'antropologia medica è nata con l'obiettivo di indirizzare la ricerca antropologica sui modi e le forme in cui nelle diverse società gli esseri umani vivono, rappresentano e fronteggiano la sventura e la malattia". Così inizia il libro, sintetizzando le finalità di questa disciplina.
Questo non implica una uniformità di pensiero tra gli studiosi che se ne occupano; anzi la stessa definizione di "Antropologia Medica" è messa in discussione; perché secondo alcune scuole di pensiero è poco chiara o troppo riduttiva.
Non si tratta tuttavia di un escursus nella storia dell'antropologia medica: il testo illustra, anche attraverso esempi etnografici, i temi più importanti affrontati dall'antropologia medica.

In ogni caso, comunque la si voglia chiamare, qualunque "filosofia" o approccio metodologico sia stato seguito, per questa branca dell'antropologia è stato inevitabile confrontarsi con la biomedicina. Confronto non sempre facile, data la visione sostanzialmente diversa del corpo e la sua sofferenza.

La biomedicina moderna ha un atteggiamento "meccanicista" con il corpo. L'antropologia, al contrario, legge la dimensione fisica dell'uomo in un più ampio contesto culturale. Cultura non intesa solo come tradizioni, ambiente socio-politico, ecc... ma anche come la persona vive e realizza "l'incorporazione" nel e del mondo. In contrasto con la dicotomia, ancora largamente diffusa specialmente in campo medico, mente-corpo, secondo l'autore "la nostra pelle, i nostri sensi, i nostri nervi, la nostra stessa carne, sono elementi impressi di storia, riflettono un'abitudine propria di uno specifico contesto sociale e culturale".

Nel testo viene sottolineata la discordanza d'interpretazione dei concetti di salute e malattia. Si è malati quando non si è sani, e si è sani quando non si è malati: ridotto ai minimi termini è questo il significato dei due vocaboli per la medicina. C'è una patologia quando ci sono sintomi evidenti (una ferita, un'infiammazione, uno stato tumorale...) e misurabili.
Antropologicamente parlando, invece, il malessere fisico assume significati più sfumati e il confine tra sano e non-sano è più labile. Il significato di salute e malattia e conseguentemente di medicina, cambia a seconda del contesto socioculturale e storico, diventa quindi difficile darne una definizione universalmente valida. Lo stato di malessere, inoltre, non viene analizzato solo dal punto di vista di chi lo vive ma considera anche i risvolti che la cura e il controllo della malattia, dello stato "anormale" della persona, hanno nella società.

E non si può parlare di malattia senza considerare uno dei suoi aspetti più emotivamente e fisicamente destabilizzanti, il dolore. Poche cose come la sofferenza sono così intime e personali. Si può cercare di descriverla, di rendere partecipi gli altri del proprio stato di malessere, ma solo chi soffre può sapere cosa sente realmente. L'elaborazione culturale del concetto di dolore riesce solo parzialmente a renderlo comprensibile o, più correttamente, condivisibile da chi non lo prova. Gli studi antropologici sulla sofferenza in sé, presentati nel libro (potenzialmente slegata, quindi, dalla malattia come noi la intendiamo), sono abbastanza recenti ma a mio avviso molto interessanti.

Cos'è la medicina? È, questo, un altro interrogativo che pone il libro. La risposta sembrerebbe semplice, almeno per noi occidentali. Siamo abituati a chiamare "Medicina", con la M maiuscola, quella dei camici bianchi con stetoscopio e provette. Sarebbe, invece, più corretto parlare anche in questo caso di "medicine", guardando aldilà della semplicistica contrapposizione tra medicina ufficiale, moderna (sottintesa occidentale) e medicine alternative o tradizionali.

La Biomedicina, apparentemente compatta nei suoi presupposti di base, diventa meno monolitica all'atto pratico, quando deve declinare i suoi assunti nella cultura dei medici che la praticano; inaspettatamente anche nei paesi europei che l' hanno prodotta. L'analisi della sua genesi ha evidenziato come le impostazioni filosofiche e le circostanze storiche abbiano influito nella formazione dei suoi dogmi, sconfessandone le pretese di universalità e imparzialità.

L'Antropologia Medica non studia solo malati e malattie ma anche chi se ne occupa per professione: medici, infermieri e strutture sanitarie. L'autore si sofferma in particolare sui medici e sul percorso di studi che oltre a fornirgli le basi tecniche condiziona il loro modo di vedere il corpo umano. La lezione di anatomia, in special modo, costringe i futuri medici a riconsiderare il loro approccio con il corpo. L'impatto iniziale con la dissezione dei cadaveri è sempre traumatico perché il corpo umano diventa una "cosa" e sembra perdere la propria dignità di persona.
Riporto l'esperienza, citata nel libro, di uno studente di medicina che credo chiarisca il concetto meglio di lunghi discorsi:

"La prima volta [...] mi ha fatto un pò impressione, nel senso che... era brutto, faceva male vedere come trattavano il corpo [...] ecco, inizialmente mi ha fatto impressione vedere come era trattato il cadavere, sembrava proprio carne e basta. Mi aveva colpito particolarmente come toccavano gli organi e le varie parti... sembravano macellai... poi dopo un pò ci fai l'abitudine, anche perché non ti fanno vedere tutto il corpo, ma solo il "pezzo" interessato, quindi non ti sembra che si tratti appunto di un corpo [...]. Non sei concentrato sull'atto in se stesso e non pensi al cadavere, ma vai al di là di questo per imparare. Poi non fa impressione, sembra un film, sembra che non sia reale."

(Stefano, IV anno)

L'oggettivazione del paziente è una necessità per il medico, il distacco emotivo favorisce l'analisi obbiettiva (e lateralmente protegge il medico dal continuo confronto con la sofferenza). Tuttavia, l'importanza dell'oggettività con cui il ricercatore svolge il suo lavoro ha subito, in antropologia, un ripensamento. Cioè il distacco con cui dovrebbe approcciarsi all'oggetto del suo studio non è più considerato totalmente positivo.

Perché è inutile negare che, consapevolmente o meno, la forma mentis influisce sempre nell'analisi ed elaborazione dei risultati e da quando lo studio della dimensione fisica dell'uomo ha assunto nuova importanza, ci si è ricordati che anche lo scienziato ha un corpo e come qualsiasi essere umano interagisce e percepisce il mondo attraverso di esso.
A posteriori, diventa manifesta l'impossibilità di assumere un'atteggiamento completamente imparziale, quasi disincarnato, da parte degli scienziati di qualsiasi disciplina; ignorare la "presenza" (in senso demartiniano) di noi stessi e di chi ci circonda è semplicemente inapplicabile nella vita di tutti i giorni e demagogico sul piano teorico.

La scienza occidentale ha fatto proprio il paradigma cartesiano "cogito ergo sum" sganciando la mente pensante dal corpo. L'Antropologia Medica dialogando con la biomedicina può aiutare a superare questa polarità e contribuire a una comprensione più completa dell'uomo e del mondo e dell'uomo nel mondo. Questo libro mostra come sia troppo riduttivo considerare la malattia semplicemente un'anomalia funzionale e che, come tutte le azioni umane, la cura del corpo, in tutte le sue forme, si carica di valenze simboliche e implicazioni culturali.


Dalla quarta di copertina:

Questo libro si rivolge a quanti si avvicinano oggi all'antropologia medica sia come studenti di facoltà umanistiche e di scienze antropologiche sia nel campo della formazione medico-professionale e dell'assistenza.
È un testo introduttivo, che intende fornire elementi di base per lo studio e la comprensione dell'antropologia medica e contribuire alla circolazione di strumenti e idee utili per affrontare la complessità dei processi politico-culturali che coinvolgono i corpi e le istituzioni, il rapporto fra salute e ineguaglianza, l'esperienza del dolore, i processi terapeutici, le strategie di cura.
Il volume illustra quadri concettuali, ambiti di ricerca e potenzialità operative dell'antropologia medica contemporanea , in un'ottica di rilancio fra antropologia e biomedicina.

Giovanni Pizza è ricercatore presso il Dipartimento Uomo e Territorio dell'Università di Perugia e insegna Antropologia medica e Storia dell'Antropologia nella facoltà di Lettere e Filosofia e di Medicina e Chirurgia dello stesso ateneo. Membro del Consiglio direttivo della Società italiana di Antropologia medica.


Francesca Contin


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